Gadda al microfono: le regole della buona comunicazione in radio

Gadda al microfono: le regole della buona comunicazione in radio

“L’io è il più pidocchioso dei pronomi” ci ricorda Gadda nelle sue Inderogabili Norme per la redazione di un testo radiofonico

A oltre 60 anni dalla loro pubblicazione, le norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda rimangono un punto di riferimento per chiunque si occupi di comunicazione, in radio ma anche sui social e blog.

Dopo aver parlato delle regole di scrittura suggerite da Umberto Eco per scrivere bene in italiano e aver trattato i consigli di Calvino per scrivere con leggerezza, vediamo insieme “le inderogabili norme” stilate da Gadda per la RAI, guida di comportamento diretta ai dipendenti RAI e dall’azienda stessa commissionate (precisamente dal Terzo Programma) allo scrittore lombardo.

Tali regole vennero stampate nel 1953 sotto forma di opuscolo completamente anonimo e adespoto (senza editore responsabile) tanto era il timore dell’autore di poter infastidire qualcuno, cosa che accadde.

Solo dopo molti anni – nel 1991 – l’opuscolo viene pubblicato a cura di Dante Isella in Edizioni Garzanti.

L’edizione di Ungarelli è invece disponibile in anastatica dal 1971 e porta il titolo “Gadda al microfono. L’ingegnere e la Rai (1950-1955)” a cura di Giulio Ungarelli (Nuova Eri-Edizioni Radio Italiana 1953).

Gadda delinea le buone norme per un redattore radiofonico, ma a leggerlo oggi ci si rende conto che molte delle sue norme andrebbero rispettate, ancora oggi in ogni aspetto della comunicazione, anche quello scritto.

Scrive Gadda nelle prime righe del Decalogo: “La mancata osservanza di dette norme e cautele, può rendere intrasmissibile uno scritto anche se per altri aspetti eccellente”. 

Norme inderogabili dunque, alle quali vanno aggiunti alcuni “avvertimenti” o “cautele” presenti nell’introduzione, ma altrettanto importanti.

Riporto parti intere (mi sono permessa di evidenziare con il grassetto l’argomento della norma) dall’edizione in anastatica, del testo scritto da Gadda, un testo di piacevole lettura, sintetico, ironico e dai contenuti di centrale importanza per una buona comunicazione.

 

Carlo Emilio Gadda_citazioni

 

Norme per la redazione di un testo radiofonico

Dal testo originale in anastatica (del quale ho una copia dai tempi dell’università):

Il testo va costruito con periodi brevi e per la durata massima di 15 minuti.

In 15 minuti Gadda riconosce dunque la sopportabilità massima del parlato di un unica voce.

Nessuna conversazione da trasmettere «a una voce» può superare questo limite.

Ove si preveda una conversazione di maggior durata, bisogna costruirne il testo in modo da poterlo «dire» a due voci, a tre voci, a più voci. Chi predispone il testo deve elaborarlo in forma di dialogo.

Fondamentale è poi:

Evitare l’eccesso di autorevolezza e il tono dottrinale o accademico

Compito del presentatore è quello di rendere, del commemorato o dei commemorati, un’immagine evidente e in quanto possibile obiettiva, non quello di insabbiarne l’effigie col polverino della propria autorità.

Se accade che la conversazione abbia fonti prevalentemente bibliografiche o verta su tema dottrinale o comunque erudito, è bene dissimulare la qualità delle fonti o la natura del tema.


Il pubblico
che ascolta una conversazione è un pubblico per modo di dire. In realtà si tratta di «persone singole», di mònadi ovvero unità, separate le une dalle altre. 

Ogni ascoltatore è solo: nella più soave delle ipotesi è in compagnia di «pochi intimi». Seduto solo nella propria poltrona, dopo aver inscritto in bilancio la profittevole mezz’ora e la nobile fatica dell’ascolto, egli dispone di tutta la sua segreta suscettibilità per potersi irritare del tono inopportuno onde l’apparecchio radio lo catechizza.

È bene perciò che la voce, e quindi il testo affidatole, si astenga da tutti quei modi che abbiano a suscitare l’idea di un’allocuzione compiaciuta, di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto.

L’eguale deve parlare all’eguale, il libero cittadino al libero cittadino, il cervello opinante al cervello opinante. Il radiocollaboratore non deve presentarsi al radioascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice o di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore, di amico.

All’atto di redigere il testo di un parlato radiofonico si dovrà dunque evitare in ogni modo che nel radioascoltatore si manifesti il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale», cioè quello stato di ansia, di irritazione, di dispetto che coglie chiunque si senta condannare come ignorante dalla consapevolezza, dalla finezza, dalla sapienza altrui.
Questo «complesso» determina una soluzione di continuità nel colloquio tra il dicitore e l’ascoltatore, crea una zona di vuoto, un «fading» spirituale nella recezione.

Nell’introduzione alle regole Gadda sottolinea dunque:

A – Astenersi dall’uso della prima persona singolare «io». Il pronome «io» ha carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto. Sostituire all’ «io» il «noi» di eimbro resocontistico-neutro, o evitare l’autocitazione.

Al giudizio: «Io penso che la “Divina Commedia” sia l’opera maggiore di Dante», sostituire: «La “Divina Commedia” è ecc.»;

B – Astenersi da parole o da locuzioni straniere quando se ne possa praticare l’equivalente italiano. Usare la voce straniera soltanto ove essa esprima una idea, una gradazione di concetto, non per anco trasferita in italiano. Per tal norma inferiority-complex, nuance, Blitz-Krieg e chaise-longue dovranno essere sostituiti da complesso d’inferiorità, sfumatura, guerra lampo e sedia a sdraio: mentre sefl-made man, Stimmung, Weltanschaung, romancero, cul-de-lampe e cocktail party potranno essere tollerati;

C – Evitare gli sterili elenchi dei nomi di persona quando non si possono caratterizzare o comunque definire le persone chiamate in causa.

D – Operare analogamente con le date. In un esposto di carattere storico le date costituiscono opportuno ammonimento, gradito appoggio e gradita eccitazione per la memoria. Tali appaiono al viaggiatore le indicazioni chilometriche.

E – Inibirsi la civetteria del dare per comunemente noto quello che noto comunemente non è. A nessun uomo, per quanto colto, si può chieder di essere una enciclopedia. I lemmi dell’enciclopedia rappresentano la fatica di migliaia di collaboratori;

F – Entrare subito o pressoché subito in medias res: non tener sospeso l’animo del radioascoltatore con lunghi preamboli, con la vacuità di premonizioni superflue che il valore cioè il costo del tempo del radioparlato sono ben lontani dal giustificare, dall’ammettere.

 

Carlo Emilio Gadda_citazioni

 

Ciò avvertito, ecco le regole generali assolute per la stesura di ogni testo radiofonico, generali cioè valide per qualunque tipo di testo radiofonico:

 

1 . Costruire il testo con periodi brevi: non superare in alcun caso, per ogni periodo, i quattro righi dattiloscritti; attenersi, preferibilmente, alla lunghezza normale media di due righi, nobilitando il dettato con i lucidi e auspicati gioielli dei periodi di un rigo, mezzo rigo. 

2. Procedere per figurazioni paratattiche, coordinate o soggiuntive, anziché per figurazioni ipotattiche, cioè per subordinate (causali, ipotetiche, temporali, concessive).(…)

3. Il tono gnomico e saccadé che può risultare da un siffatto incanalamento e governo della piena (di idee) non dovrà sgomentare preventivamente il radiocollaboratore. Una dopo l’altra le idee avranno esito ordinato e distintamente percepibile al radioapparecchio: una fila di persone che porgono il biglietto, l’una dopo l’altra, al controllo del guardiasala.
La consecuzione delle idee si distende nel tempo radiofonico e deve avere il carattere di un «écoulement», di una caduta dal contagocce. Ogni tumultuario affollamento di idee nel periodo sintattico conduce al «vuoto radiofonico».

4. Sono perciò da evitare le parentesi, gli incisi, gli infarcimenti e le sospensioni sintattiche. La regìa si riserva di espungere dal testo parentesi e incisi e di tradurli in una successione di frasi coordinate. Una parentesi di più che sei parole è indicibile al microfono. L’occhio e la mente di chi legge arrivano a superare una parentesi, mentre la voce di chi parla e l’orecchio di chi ascolta non reggono alla impreveduta sospensione. (…)

5. Curare i passaggi di pensiero e i conseguenti passaggi di tono mediante energica scelta di congiunzioni o particelle appropriate. (…)

6. Evitare le litòti a catena, le negazioni delle negazioni. La litòte semplice – negare il contrario di quel che si intende affermare – è gentile e civilissima figura. (…)

Alla seconda negazione la mente per quanto salda e agguerrita dell’ascoltatore si smarrisce nella giungla dei «non». (…)

7. Evitare ogni infelice ricorso a poco aggiudicabili pronomi determinativi o disgiuntivi o numerali o indefiniti, a modi qualificanti o indicanti comunque derivati o desunti dal pronome o dal numero: quello-questo, l’uno-l’altro, il primo-il secondo, esso, quegli, chi, ognuno, il quale, qualsivoglia d’essi, egli, ella, quest’ultimo. (…)

Deve apparir chiaro in su le prime a quali termini di una serie enunciata i detti pronomi si riferiscono. In caso contrario è meglio ripetere il termine, cioè il nome. (…)

8. Evitare le rime involontarie, obbrobrio dello scritto, del discorso, ma in ogni modo del parlato radiofonico. Una rima non voluta e inattesa travolge al ridicolo l’affermazione più pregna di senso, il proposito più grave. La regìa si riserva la facoltà di emendare dal vezzo d’una rima il testo che ne andasse eventualmente adorno.

9. Evitare le allitterazioni involontarie, sia le vocaliche sia le consonantiche, o comunque la ripetizione continuata di un medesimo suono. Le allitterazioni sgradevoli costituiscono inciampo a chi parla, moltiplicano la fatica e la probabilità di errore (pàpera). Ciò che è peggio interrompono l’ascolto con dei tratti non comprensibili, e non compresi di fatto.(…)

Ma il parlato radiofonico non è pretesto o supporto a una frase musicale; deve essere compreso per se stesso; il suo valore deriva unicamente dal contenuto logico. (…)

10. Evitare le parole desuete, i modi nuovi o sconosciuti, e in genere un léssico e una semantica arbitraria, tutti quei vocaboli o quelle forme del dire che non risultino prontamente e sicuramente afferrabili. Figurano tra essi:
a) i modi e i vocaboli antiquati;

b) i modi e i vocaboli di esclusivo uso regionale, provinciale, municipale;

c) i modi e i vocaboli, talora arbitrariamente introdotti nella pagina, della supercultura (p. e. della supercritica), del preziosismo e dello snobismo;

d) i modi e i vocaboli delle diverse tecniche; della specializzazione;

e) i modi e i vocaboli astratti.

11. Evitare le forme poco usate e però «meravigliose» della flessione, anche se provengono da radicali (verbali) di comune impiego. Non tutti i verbi sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone. (…)

Tali mostri (agiamo, scelsero) sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita.

 

Carlo Emilio Gadda, Norme per la redazione di un testo radiofonico, ERI (Edizioni Radio Italiana) 1953.

In una visione purista della lingua italiana, Gadda consiglia di guardarsi dall’uso dei forestierismi, che causerebbero la morte delle nostre parole. Sono tollerabili, secondo l’autore, solo le parole straniere che non hanno l’equivalente in italiano.

Le norme sono, nel loro insieme, un invito alla sobrietà e alla semplicità di espressione, nella convinzione che per risultare piacevoli all’ascoltatore è necessario mettersi sullo stesso piano e instaurare un tipo di comunicazione empatica. Per questo motivo intramontabili.

Sara Soliman

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Saper fare, saper essere e saper comunicare: le competenze per trovare lavoro oggi

Saper fare, saper essere e saper comunicare: le competenze per trovare lavoro oggi

Per trovare lavoro è necessario riconoscere l’importanza del saper essere e di soft skills quali l’intelligenza emotiva e la capacità di comunicare con empatia

Le competenze possono essere definite come l’insieme delle qualità personali e delle conoscenze che ognuno di noi utilizza in ogni momento della propria vita: al lavoro, in famiglia e nel tempo libero.

Possiamo suddividere le competenze fondamentali in tre gruppi diversi ma ugualmente importanti perché i migliori risultati si ottengono quando sono presenti le caratteristiche di ogni gruppo.

I tre gruppi sono:

  1. Il sapere, che riguarda le conoscenze;
  2. Il saper fare, che riguarda le capacità, le abilità e l’esperienza;
  3. Il saper essere, che riguarda i comportamenti e gli atteggiamenti, e ha a che fare con l’identità.

Ma quali sono le competenze che ti consentono di esprimere il meglio di te e che ti permettono di trovare lavoro oggi?

Seguimi e vediamo insieme le quali sono le caratteristiche di ogni gruppo e come si formano le relative competenze.

Il mio consiglio è quello di affrontare questo articolo con autocritica, in modo da riuscire a metterti in discussione e di cercare di migliorarti. In questo ambito il lavoro interiore è parte integrante del tuo percorso di crescita personale e professionale.

Sapere, saper fare e saper essere

Il Sapere rappresenta le competenze di base che riceviamo attraverso l’educazione.

Sono il quadro di riferimento in cui inserisci il tuo modo di lavorare e di essere. Riguarda le conoscenze teoriche di base come la scrittura e il linguaggio che utilizzi, le conoscenze di matematica e se è tua abitudine leggere e informarti.

Il Saper fare rappresenta invece le competenze tecnico-professionali e riguarda le conoscenze pratiche della tua funzione lavorativa.

Il Saper essere rappresenta le competenze trasversali utilizzate in più ambiti (come comunicare, parlare in pubblico, capacità di lavorare in gruppo ecc.) e riguarda la capacità di essere. Ciò presuppone che tu conosca bene te stesso, prima di tutto.

La scuola ci fornisce l’abc del saper fare, ma è solo quando iniziamo a sperimentare sul campo che poniamo le basi per sviluppare anche le conoscenze pratiche e, con il tempo, diventiamo abili nel saper fare.

Può anche succedere che hai tutte le migliori conoscenze teoriche e che conosci le azioni necessarie da compiere ma non riesci ad attuarle.

Da cosa dipende? 

Dipende dalla terza fondamentale competenza, il saper essere.

Competenze

Competenza: definizioni

Prima di tutto bisogna risalire all’origine e definire cosa si intende per competenza.

L’EQF (European Qualification Framework, il sistema che permette di confrontare le qualifiche professionali dei cittadini europei) definisce la competenza come

La capacità di utilizzare conoscenze, abilità, capacità personali, sociali e metodologiche. 

L’e-CF (e-Competence Framework), che si rivolge nello specifico al contesto dell’ICT, definisce la competenza come

Un’abilità dimostrata di applicare conoscenza, abilità e attitudini. 

In altri ambiti si afferma che il talento (l’insieme di competenze che concorrono al successo professionale di un individuo) richiede conoscenza, abilità e motivazione.

Le diverse definizioni hanno un tratto comune: evidenziano come la competenza richieda, oltre al sapere (la conoscenza) ed al saper fare (l’abilità), un insieme ulteriori caratteristiche che includono tratti personali e coinvolgono la sfera delle relazioni sociali ed interpersonali dell’individuo (il saper essere).

Le competenze possono essere poi classificate in vari modi: ad esempio suddividendole in competenze di base, tecnico-professionali e trasversali. 

Saper Essere e Soft skill

In questo quadro occorre introdurre le cosiddette soft skill, ovvero le abilità trasversali che concorrono a rendere gli individui efficaci dal punto di vista relazionale e comunicativo, metodologico e manageriale.

Nel quadro delle tre componenti della competenza (sapere, saper fare, saper essere), le soft skill vengono inserite di solito tra le capacità del saper essere. 

Vorrei proporre un modo diverso di concepire le soft skill. Considerandole competenze trasversali le possiamo ricondurre a quelle competenze formate dalle componenti del sapere, del saper fare e del saper essere.

Ad esempio, la capacità di buona comunicazione interpersonale non si basa solo su attitudini più o meno innate, richiede conoscenze teoriche (sapere), esperienza ed applicazione di metodo (saper fare), nonché tratti personali come ad esempio la capacità di ascolto (saper essere). 

Esaminiamo poi la capacità di lavorare in gruppo: essa dipende da un insieme di abitudini, comportamenti e attitudini. 

Alcune di queste caratteristiche si possono imparare attraverso percorsi di formazione che insegnano le tecniche della buona comunicazione e dell’assertività.

Sono altre le attitudini personali (saper essere) che spesso è difficile modificare: è il caso ad esempio della capacità di ascolto e del saper comunicare con empatia.

Alcune attitudini, che sono radicate nel sistema neurologico dell’adulto, non possono più essere insegnate e nemmeno manipolate.

In tali casi la conoscenza (sapere) non è in grado di sradicare attitudini (saper essere) consolidate.

In altri casi invece l’esperienza e un grande lavoro interiore può aiutare a migliorarsi.

Competenze tecnico professionali specialistiche, competenze accessorie e trasversali

Distinguiamo intanto due tipi di competenze: le competenze tecnico-professionali specialistiche e quelle accessorie. 

Le prime sono specifiche dell’ambito lavorativo proprio dell’azienda. 

Ad esempio, per un progettista di una azienda del settore meccanico, la competenza specialistica è il risultato di un percorso di formazione nell’ambito della meccanica e di applicazione di tali conoscenze ai processi industriali meccanici.

Il saper essere invece in questo caso include capacità come il problem solving e la creatività.

Ma se l’azienda intende inserire processi digitali e tecnologie proprie del mondo dell’elettronica e telecomunicazioni (come il big data) o dell’informatica (il cloud computing, l’intelligenza artificiale), il progettista deve disporre anche di competenze accessorie, ossia proprie di altri settori tecnologici. 

Tali due categorie dovranno poi essere accompagnate dalle competenze trasversali o soft skill, quelle competenze indipendenti dall’ambito applicativo come la leadership, la capacità di lavorare in gruppo o di comunicare.

Dunque, in sintesi le competenze utili all’Industria 4.0 possono essere stratificate a tre livelli:

  1. specialistiche;
  2. accessorie;
  3. trasversali. 

Su ciascun livello occorre sapere, saper fare e saper essere. 

Il ruolo della comunicazione interpersonale

Il mondo del lavoro oggi richiede persone che oltre a sapere, saper fare e saper essere, devono anche saper comunicare.

La comunicazione interpersonale è una delle più importanti competenze trasversali, perché ogni relazione impone buone capacità di comunicazione.

Si tratta di una competenza per la quale occorre formazione, esperienza ed attitudini. 

Valutazione del Saper Essere

Durante un colloquio, Il responsabile delle risorse umane deve riuscire a capire anche le caratteristiche di identità che non vede della persona che ha di fronte.

Il suo scopo è inserire la persona giusta al posto giusto.

Ciò che gli interessa 4 tratti della personalità:

  • Dominanza: caratteristica che comporta creatività, fantasia, capacità decisionale e ambizione al potere;
  • Interazione: caratteristica di chi è portato a interagire con gli altri. Tipica della persona empatica;
  • Stabilità: persona che rispetta le regole e che sa aderire a una cultura già stabile;
  • Competenza: propensione alla precisione e ai dettagli.

La proposta di un questionario è indicativa per ottenere una chiave di lettura del soggetto da selezionare.

Questo viene fatto allo scopo di mettere l’uomo giusto al posto giusto, usando il dizionario delle competenze dato dal saper fare (conoscenze e capacità tecniche) più il saper essere (attitudine e caratteristiche di identità).

Le attitudini, il saper essere, sono legate all’identità.

Flessibilità, innovazione, apertura a nuove idee, orientamento alla strategia e al risultato, accuratezza, capacità decisionale, cooperazione sono alcune competenze che il responsabile delle risorse umane cerca nel candidato.

Le capacità tecniche, il saper fare, sono legate all’esperienza. Parliamo della conoscenza (il sapere) e dell’esperienza lavorativa maturata nel settore.

Le caratteristiche dell’identità determinano i fattori di successo che poi si riflettono sui risultati lavorativi in termini di migliore performance, incremento della produttività e aumento dei volumi delle vendite.

Hai capito l’importanza dei tre tipi di competenze, quanto sono legate una all’altra e quando è importante fare in modo che emergano chiare in un colloquio di lavoro?

Competenze personali, sociali e intelligenza emotiva

Le competenze che riguardano il saper essere possono essere personali come la padronanza di sé, la motivazione, coscienziosità, la flessibilità, l’autocontrollo, iniziativa, impegno, fiducia in sé, la spinta alla realizzazione.

Oppure sociali, le cd abilità sociali: empatia, comunicazione, comprensione, gestione conflitti, collaborazione o cooperazione, leadership.

L'Intelligenza emotiva caratterizza il comportamento delle persone

Le competenze dell’intelligenza emozionale forniscono un contributo importante alle prestazioni professionali e consentono di migliorare il saper essere influendo sulle caratteristiche di identità (energia, onestà, carisma, intuizione, fiducia, impegno, resistenza ecc.).

Le competenze sociali fanno parte delle competenze dell’intelligenza emotiva e comprendono l’empatia e le abilità sociali.

L’empatia è la capacità di “sentire con l’altro”. Comporta consapevolezza dei sentimenti, degli interessi e delle esigenze altrui.

Si articola in comprensione agli altri, assistenza, promozione allo sviluppo altrui.

L’abilità sociale riguarda quei comportamenti capaci di indurre risposte desiderabili negli altri. Si articola in influenza, comunicazione, leadership, cooperazione, apertura al cambiamento, capacità nella costruzione di legami.

L’intelligenza emozionale si può sviluppare durante tutto l’arco della nostra vita e sostiene il 70% delle competenze che condizionano il successo nel lavoro e il benessere privato.

Ricorda che:

La competenza emotiva ha un’importanza doppia rispetto alle abilità cognitive e permette di ottenere prestazioni superiori in tutte le posizioni e in ogni campo.

La competenza emotiva costituisce un enorme vantaggio nelle posizioni di leadership. Questo perché, anche le decisioni si basano sulle emozioni.

E le emozioni sono informazioni.

Ricapitolando: le 10 competenze necessarie

Ecco quelle che sono le principali competenze per riuscire a entrare nel mondo del lavoro:

  1. Capacità decisionale: è capacità di analizzare dati e situazioni in modo da poter prendere decisioni;
  2. Capacità comunicative: solide capacità comunicative permettono di interagire con personalità diverse tra di loro;
  3. Creatività: skill unica, insostituibile e non ancora sorpassata;
  4. Flessibilità cognitiva: un approccio mentale a 360 gradi sarà l’unico modo per adattarsi ai rapidi cambiamenti di oggi. Se ti saprai muovere tra diversi modi di pensare imparare cose nuove;
  5. Gestione del personale: questa è una competenza richiesta ai manager di oggi e permette di ottenere il massimo dei risultati;
  6. Intelligenza emotiva: sviluppare una buona capacità di persuasione dialettica, sapersi sintonizzare con le emozioni altrui e adattare il proprio comportamento a seconda dello stato d’animo di colleghi e dipendenti è importante tanto per il manager quanto per il libero professionista;
  7. Capacità di negoziazione: sono quelle capacità interpersonali che permettono di gestire in modo efficiente l’interazione umana e le trattative sociali.
  8. Orientamento all’offerta: capacità che permette di anticipare quali saranno i bisogni futuri dei target di riferimento e di orientare di conseguenza i trend aziendali;
  9. Pensiero critico: skill necessaria per interrogarsi su ogni tema in oggetto, prendendo in considerazione pro e contro e valutando differenti approcci possibili.
  10. Problem-solving: significa saper analizzare contesti complessi che cambiano velocemente ed essere capaci di risolvere problemi riuscendo a vedere nel contempo sia il quadro generale sia i dettagli.


Comunicazione: approfondimenti

 

Articolo pubblicato il 1°settembre 2020 e aggiornato il 13 ottobre 2021

Sara Soliman

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Comunicazione paraverbale: cosa e come comunichiamo

Comunicazione paraverbale: cosa e come comunichiamo

Lo sapevi che comunichiamo molto più con i gesti e con il tono di voce che con le parole?

Abbiamo già introdotto il tema della comunicazione paraverbale parlando dei 5 Assiomi della Comunicazione Umana di Paul Watzlawick, ossia quelle “proprietà semplici della comunicazione che hanno fondamentali implicazioni interpersonali”.

Per comprendere ciò che il nostro interlocutore ci comunica dobbiamo fare attenzione alla comunicazione in tutti i suoi aspetti, dal momento che alcuni studi di psicologia hanno mostrato che ciò che viene percepito durante una comunicazione di tipo vocale è così suddiviso:

  • Espressioni facciali per il 55%
  • Aspetto vocale (volume, tono, ritmo) per il 38%
  • Aspetto verbale (le parole) per il 7%

Comunicazione paraverbale

La comunicazione paraverbale riguarda il modo in cui la comunicazione viene espressa.

Riguarda cioè la voce (tono, volume, ritmo e timbro), le pause, le risate, il silenzio ed altre espressioni sonore, come ad esempio tamburellare sul tavolo o emettere suoni. 

Nel messaggio scritto la comunicazione paraverbale riguarda l’uso della punteggiatura, che ha lo scopo di inserire il ritmo della frase.

La comunicazione paraverbale, come del resto quella non verbale (che si riferisce al linguaggio del corpo)  invia messaggi spesso inconsapevoli e di tipo emotivo.

Attraverso il linguaggio paraverbale comunichi perciò le tue emozioni, i tuoi stati d’animo e le tue intenzioni.

Comunicazione Verbale, Non Verbale e Paraverbale

Elementi del linguaggio paraverbale

Come abbiamo detto, il linguaggio paraverbale fa riferimento all’insieme dei suoni emessi nella comunicazione.

Si tratta, dunque, di un fattore legato all’utilizzo della voce per comunicare e comprende i seguenti elementi:

  • Tono
  • Ritmo
  • Timbro
  • Volume

Tono

Il tono della voce è uno dei fattori più importanti di una comunicazione. ll tono può esprimere apprezzamento o disappunto, entusiasmo o apatia, interesse o noia e può essere percepito in modo diverso da chi ascolta.

Con il tono indichiamo lo stile della comunicazione ed è un elemento molto potente per far assumere al linguaggio un significato invece di un altro, a prescindere dall’effettivo contenuto verbale.

Ritmo e velocità

Con ritmo si intende la velocità della comunicazione, che molto spesso è indice di uno stato d’animo particolare.

Volendo fare un esempio concreto, dal ritmo si può intuire se un soggetto è agitato, nervoso oppure completamente disteso.

Parliamo anche di pause, che sono fondamentali nella comunicazione e permettono di “scandire” le battute.

Ci sono pause piene (ehm, mmm…) e pause vuote (il silenzio). Servono per riprendere il filo o dare il tempo per un intervento al nostro interlocutore.

In campo professionale viene studiata qual è la velocità ideale per parlare in pubblico: solitamente che parla in modo veloce (ma comunque chiaro) è preferito perché evidenzia competenza.

Timbro

Per timbro intendiamo il carattere distintivo di un suono emesso da una voce.

Si tratta, dunque, del registro vocale tipico della persona, detto anche colore vocale.

Il timbro può essere avvolgente, rauco, profondo, vivace e così via.

Volume

Il volume corrisponde all’intensità sonora della voce ed è un aspetto molto importante del linguaggio paraverbale.

Generalmente, le persone che parlano con un volume di voce basso vengono percepite come timide, insicure e con una bassa autostima.

Al contrario, chi adotta un volume di voce alto può trasmettere sicurezza e fiducia in se stesso all’interlocutore.

Bisogna, però, fare attenzione: alzare troppo il volume può trasmettere anche prepotenza o aggressività.

Modulando il volume, è possibile variare l’intensità di quel che viene detto e ad enfatizzare alcune parole.

Espressioni sonore

Le espressioni sonore (come sorridere) e la modulazione del volume (come sussurrare) sono efficaci strumenti comunicativi

Ridere e altre espressioni sonore

Il riso è molto comunicativo. Informa sul nostro carattere, sul nostro umore del momento, sulle nostre inibizioni se lo tratteniamo o viceversa sulla mancanza di inibizioni se è rumoroso, aperto, schietto.

E tossire? Se la tosse non è fisiologica è utilizzata per attirare l’attenzione, ma può anche essere una tosse di tipo nervoso.

Sospirare comunica invece sofferenza, la noia, o l’esaurirsi della pazienza.

Fischiare serve come richiamo, per esprimere gioia, per disapprovare (in Italia) e al contrario come approvazione nei paesi anglosassoni.

Se c’è congruenza, sono tutte modalità comunicative che rafforzano il messaggio verbale o che si rafforzano tra loro.

Cosa può la voce

Nelle diversi situazioni con la voce posso:

  • comunicare calma e tranquillità;
  • avvicinarmi alle persone lontane (parlando a voce alta per farmi sentire);
  • allontanarmi dalle persone troppo vicine (parlo forte così mi respingono);
  • creare una situazione di vicinanza (se mi avvicino e sussurro)
  • essere invadente o arrogante (se parlo a voce alta o cerco di parlare più forte di loro);
  • mettere a disagio le persone (ad esempio se urlo pur essendo vicino a loro).

Comunicazione paraverbale: consigli utili per una comunicazione efficace

Nei rapporti interpersonali può succedere, soprattutto se ci troviamo davanti a una persona che ci intimorisce, che l’emotività prenda il sopravvento con il rischio di far trapelare emozioni che non vogliamo escano fuori, trasmettendo imbarazzo e insicurezza.

Oppure, durante una discussione, anche rabbia o insofferenza.

Per questo è importante imparare a controllare la propria espressività.

Ecco alcuni importanti consigli per esercitarti nella tua comunicazione e renderla efficace:

Analizza la tua comunicazione

Cerca di capire quali sono i punti di forza e di debolezza del tuo linguaggio paraverbale. 

Impara dai migliori

Se vuoi imparare a comunicare in modo efficace, “ruba” i segreti dei migliori comunicatori. Cerca di capire il loro atteggiamento e le loro strategie per coglierne il meglio e applicarlo nella tua comunicazione.

Fai esercizio

Ora che hai capito quali sono le tue criticità, esercitati lavorando su tono, ritmo e volume della tua voce, cercando di raggiungere quello desiderato per comunicare l’emozione giusta al tuo interlocutore.

E ricorda:

  • Ascolta il tuo interlocutore: presta attenzione e non interrompere;
  • Guarda il tuo interlocutore negli occhi;
  • Gestisci gli spazi secondo il tipo di relazione;
  • Rallenta i movimenti;
  • Esprimiti in modo chiaro.


Se vuoi approfondire il tema della comunicazione puoi leggere:

 

Testo di riferimento:

  • Robert James, Comandi nascosti: Le strategie di comunicazione verbale, paraverbale e non verbale per migliorare la tua comunicazione persuasiva (E-book, 2017)
Sara Soliman

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Barriere della Comunicazione: impara a riconoscerle e ad evitarle per creare una comunicazione efficace

Barriere della Comunicazione: impara a riconoscerle e ad evitarle per creare una comunicazione efficace

La comunicazione efficace si basa sull’ascolto, sull’accoglienza e sul limitare al minimo le barriere della comunicazione

Le barriere della comunicazione sono modalità che spesso utilizziamo in modo spontaneo, per abitudine o per cultura.

Quando un amico ha un problema spesso accade che cerchiamo di aiutarlo con dei buoni consigli o con dei suggerimenti tratti dalla nostra stessa esperienza. 

Nonostante le buone intenzioni, a volte questi tentativi creano più problemi di quanti ne risolvano e finiscono per ferire l’altra parte e bloccare così la comunicazione spontanea. 

Questi tentativi vengono definiti in psicologia “metodi tradizionali di aiuto” o “barriere della comunicazione”.

Evitare questi comportamenti è difficile, dovremmo però cercare di ridurli al minimo pensando che i modi di ascoltare sono due:
• il primo consiste nell’ascoltare i discorsi dell’altro per metterli al servizio delle proprie tesi e dei propri interessi;
• il secondo consiste nel sentire l’altro, nel cercare di capire “come parla”, nell’andare verso di lui con empatia.

Ma purtroppo il primo modo di ascoltare è il più diffuso, come sostiene lo psicologo americano Barry Schwartz:

“Si ascolta senza veramente sentire; così facendo, ci si protegge dai cambiamenti che un reale ascolto comporterebbe.” 

Sentire e ascoltare: la parola magica è Accoglienza

Ogni volta che utilizziamo questi modi di comunicare dobbiamo renderci conto che mettiamo l’altro in difficoltà e blocchiamo o rendiamo difficile la comunicazione.

Una buona comunicazione interpersonale richiede accoglienza.

Si tende a confondere la dimensione dell’ascolto con la funzione del sentire, trascurando una differenza fondamentale: ascoltare è un processo, sentire è un modo di immedesimarsi. 

L’ascolto riduce stress e tensioni in quanto ci permette di sviluppare relazioni più chiare, autentiche e una comunicazione efficace.

Le barriere comunicative individuate da Thomas Gordon

Di recente, in un libro di psicologia della comunicazione, ho approfondito il tema delle barriere comunicative individuate da Thomas Gordon nel 1974.

Sono 12 modalità di comunicazione errata in quanto rallentano, inibiscono o bloccano il processo comunicativo, creando un senso di sfiducia nell’interlocutore.

Spesso non siamo consapevoli di utilizzare queste modalità, e questo accade quando, involontariamente, ci allontaniamo dalla realtà esistenziale dell’altro.

In questo modo, sottolinea lo psicologo, “blocchiamo il processo di ascolto attivo e concentriamo la nostra attenzione sul nostro punto di vista o su ciò che giudichiamo giusto o sbagliato, anziché restare in contatto con i bisogni, idee, emozioni che l’altro esprime.”

Vediamo insieme quali sono le 12 barriere di Gordon, spiegandole con alcuni esempi.

1) Dare ordini, comandare, esigere

Quando diciamo all’altro: “Devi, bisogna che tu…” gli comunichiamo che i suoi sentimenti, pensieri e comportamenti non sono adeguati. Creiamo una situazione spiacevole di assimetria in quanto lasciamo intendere che chi parla sa cosa sia bene o male per l’altra persona.

2) Minacciare, avvertire, mettere in guardia

Ad esempio: “Se non fai così…”, “ Se continui così…”, sono messaggi simili a quelli precedenti, ma qui le conseguenze sono più esplicite: la minaccia, la punizione. Sono messaggi che suscitano sentimenti di rabbia e ribellione da una parte e dall’altra paura e sottomissione.

La punizione non è mai produttiva, per il semplice motivo che non gratifica. È difficile poi riprendere a comunicare con una persona che si sente umiliata.

3) Moralizzare, rimproverare, fare la predica

“Non ci si comporta così…”,“Sei il solito irresponsabile…”, “Io parlo per il tuo bene…”.

Questi messaggi creano sensi di colpa e costringono la persona a sottostare al potere esercitato da idee e valori dell’altro.

Sono messaggi difficile da contrastare perché spesso “nascosti” da frasi manipolative (lo faccio per te).

In ogni caso comunicano la mancanza di fiducia nel senso di responsabilità.

4) Offrire soluzioni, consigli

Anche quando cerchiamo di dare consigli è necessario fare attenzione.

Quando diciamo: “Secondo me la cosa migliore da fare è…” oppure “ascolta il mio consiglio, ci sono passato anch’io, vedrai che è la cosa migliore anche per te” dovremmo tener conto che inviamo un messaggio di superiorità intellettuale ed emotiva che blocca la comunicazione.

5) Argomentare, redarguire

In una conversazione, quando diciamo: “Sì, però…”, “no, non mi dire che…” tendiamo a provocare misure difensive e contro-argomentazioni da parte di chi ascolta. Anche qui la comunicazione non è più spontanea.

Anche interrompere è un atteggiamento che esprime non ascolto e non comprensione dell’altro, anche se pensiamo di sapere cosa vuole comunicarci o abbiamo fretta di rispondere.

Barriere della Comunicazione individuate da Thomas Gordon

6) Giudicare, valutare, criticare

Il giudizio pone l’altro sulla difensiva e la comunicazione continua in modo negativo, sempre che il soggetto non si allontani.

“Tu sei fondamentalmente egoista …”, “Stai sbagliando tutto …”. Sono messaggi che chiaramente creano una barriera alla comunicazione.

7) Fare apprezzamenti, manifestare compiacimento

È sempre piacevole e gratificante ricevere apprezzamenti, infatti questa è una barriera difficile da individuare.

Allo stesso tempo, il messaggio di “approvazione” che inviamo contiene l’idea implicita che altre scelte le avremmo giudicate sbagliate o non adeguate.

Anche se possono apparire come manifestazione di stima e fiducia, gli apprezzamenti possono apparire come atteggiamenti manipolatori, soprattutto quando si sente la non sincerità (ricordiamoci la potenza del linguaggio non verbale).

8) Ridicolizzare, etichettare

Ecco sei il solito sbadato”, “Ci risiamo”. Queste modalità sono ulteriori aspetti di valutazione negativa e di critica. Sono i classici messaggi che svalutano la persona e non solo il suo comportamento e che possono ferire profondamente.

9) Interpretare, diagnosticare

Interpretare significa cogliere qualcosa di simile a quanto viene detto e di filtrarlo attraverso i nostri significati, le nostre ideologie, il nostro vissuto.

“Penso che in realtà tu non voglia dire questo…” oppure “Io so cosa stai cercando di dire realmente”. L’atteggiamento interpretativo consiste nell’attribuire dunque un nostro significato alle parole dell’interlocutore e non è detto che ciò corrisponda a verità.

Lasciarlo parlare o chiedere chiarimenti è sicuramente una strada migliore per una comunicazione efficace.

10) Rassicurare, consolare

Messaggi come “Non avere paura…”, “Vedrai, tutto si risolverà…”, “Su fatti coraggio, non piangere” sembrerebbero frasi di sostegno. In realtà sono una barriera perché tendono a bloccare l’esperienza che l’altro sta vivendo.

Se una persona è triste o spaventata perché non dovrebbe piangere? Gli psicologi affermano con forza che piangere è salutare.

Spesso rassicurare e consolare è più un’esigenza legata all’incapacità di sostenere l’esperienza dell’altro che non un reale tentativo di vicinanza emotiva. Il meccanismo psicologico è il seguente: Non sopporto il dolore dell’altro/a e lo rassicuro affinché smetta e anch’io possa sentirmi sollevato.

11) Fare domande, investigare, indagare

Chiedere informazioni porta a spostare il colloquio verso una direzione diversa da quella voluta dal nostro interlocutore.

Chi riceve domande insistenti (“ma come mai?”, “ma tu cosa stavi facendo?”, “ma perché eri lì?”) ha la sensazione di essere impegnato a rispondere a un interrogatorio, cosa per nulla piacevole.

Nelle relazioni quotidiane questi messaggi diventano una barriera alla comunicazione, perché il nostro interlocutore in questo modo si sente minacciato, pressato.

E ciò serve solo a far aumentare l’ansia:  il rischio è che reagisca con rabbia.

12) Distrarre, minimizzare

La classica frase: “Non è poi così grave quello che è successo, pensa a chi sta peggio di te” comunica scarso interesse per il nostro interlocutore e per quello che sta tentando di dirci, è una mancanza di attenzione alle priorità e ai sentimenti dell’altro.

Il nostro interlocutore si sente non considerato e non compreso. La comunicazione non sarà più autentica né efficace perché veniamo visti come qualcuno che non comprende e allontana.

Empatia

Ascoltare vuol dire accogliere dentro di sé i problemi dell’altro con empatia

Come migliorare la capacità di ascolto

La nostra capacità di ascolto è legata alla profonda conoscenza dei nostri bisogni e stati d’animo.

Quanto più siamo consapevoli di ciò che ci accade tanto più saremo in grado di distinguere in modo chiaro il nostro vissuto per fare spazio al vissuto dell’altro. 

Un suggerimento può essere quello di soffermarsi, a fine giornata, a pensare agli scambi avuti durante il giorno, a come ci siamo sentiti, a cosa avremmo fatto o detto di diverso. E cercare di capire quali sono i nostri bisogni quando ci relazioniamo con gli altri.

Fermarsi a riflettere sulle nostre reazioni ci aiuta a costruire una piccola mappa di ciò che desideriamo per noi, in modo da poter accogliere in modo aperto e non giudicante anche i bisogni degli altri.

L’ascolto attivo secondo Thomas Gordon

L’ascolto attivo, in quanto opposto all’ascolto passivo (il silenzio), comporta l’interazione con l’altra parte e fa in modo che l’utente abbia delle prove che via sia comprensione.

Ho più volte parlato di comunicazione empatica, che torna fondamentale anche qui, essendo l’unica forma di comunicazione che:

  • dà la chiara percezione di essere stati capiti, accettati e rispettati sia nei sentimenti che nelle idee;
  • ci aiuta ad approfondire la comunicazione;
  • abbassa le tensioni emotive, il senso di minaccia e libera dall’ansia;
  • aiuta ad accettare come naturali ed umani i propri sentimenti e dunque quelli degli altri.

Grazie all’empatia si riesce a entrare nel problema altrui e in questo modo si è sulla buona strada per la sua risoluzione. Tra le due parti si crea un rapporto di fiducia e di rispetto che consolida il rapporto.

L’ascolto attivo proposto da Thomas Gordon funziona perché aiuta chi ha il problema a scaricare le emozioni intense e ad elaborare il suo problema in vista di una soluzione.

Ma cos’è l’ascolto attivo?

L’ascolto attivo è l’abilità che meglio riassume le tre caratteristiche della relazione d’aiuto: empatia, accettazione, autenticità, per facilitare la soluzione del problema da parte della persona.

L’ascolto attivo richiede dunque il mettersi nei panni dell’altro cercando di cogliere i suoi pensieri e sentimenti, per poi esprimergli la nostra comprensione con calore e senza alcun giudizio.

La comunicazione efficace richiede, come abbiamo visto, molte attenzioni e tanta empatia. Io credo che l’empatia sia una forma di sensibilità, tuttavia gli esperti ci insegnano che si può imparare a coltivarla per migliorare le nostre relazioni e creare amicizie autentiche.

Se vuoi saperne di più leggi Perché comunicare con Empatia è uno strumento vincente: dai valore agli altri, valorizzi te stesso e crei fiducia e, se ti fa piacere, fammi sapere cosa ne pensi.

 

Testo di approfondimento:

  • Thomas GordonRelazioni efficaci. Come costruirle. Come non pregiudicarle, La Meridiana Edizioni, 2014

Potrebbe interessarti anche:

 

Articolo di Luglio 2020
Revisione: Agosto 2021

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Metti in pratica il Marketing della Gratitudine e i  tuoi clienti si ricorderanno di te

Metti in pratica il Marketing della Gratitudine e i tuoi clienti si ricorderanno di te

Non spetta ai tuoi clienti ricordarsi di te. È il tuo lavoro che costantemente ricorda loro chi sei e il motivo per il quale siete entrati in relazione

Il marketing oggi, per essere efficace, deve basarsi su ascolto, empatia e servizio. Con il Gratitude Marketing, che implica fiducia e capacità di donare, ti farai ricordare.

Hai mai sentito parlare del marketing della gratitudine? Gli americani lo chiamano gratitude marketing.

Oggi voglio parlarti proprio di questo: di cambiare prospettiva nel tuo modo di fare marketing e di usare la gratitudine. Vedrai quanto farà bene a te e alla tua attività.

Cos’è il Marketing della Gratitudine

In questi anni di attività ho imparato che il lavoro è dinamico e sempre in cambiamento.

E che i clienti cercano due cose: qualcuno di cui fidarsi e qualcuno su cui poter contare.

Mentre il marketing tradizionale si limita a parlare alle persone, il gratitudine marketing entra in connessione con esse in una relazione umana autentica e personale.

Ricorda che:

Le persone si dimenticano cosa hai detto o fatto ma non dimenticano come le hai fatte sentire e se hai fatto qualcosa di particolare per loro.

Anche il marketing della gratitudine è qualcosa di dinamico: dal momento che è centrato sul cliente e punta a migliorargli la vita, i ritorni non possono che essere positivi anche per te.

Come cominciare a praticare la gratitudine?

Tutti noi, con la nostra attività, possiamo fare ogni giorno qualche piccolo gesto per coltivare la gratitudine.

Le persone amano essere apprezzate: possiamo cominciare ringraziando quei clienti che già fanno parte del nostro business.

Michael F. Sciortino, “padre” del Gratitude Marketing (suo il libro Gratitude Marketing, how you can create clients for life, 2015)  scrive che sono 3 le frasi che dovremmo abituarci a usare più spesso:

  • Grazie.
  • Cosa ne pensi?
  • Sono fiero di te.

“Mostrare gratitudine è una delle cose più semplici ma anche delle più potenti che gli esseri umani possano fare l’un per l’altro.”

Randy Pausch

Dobbiamo cominciare a pensare che le relazioni sono un privilegio e che il significato della nostra vita sta non in ciò che abbiamo ma in ciò che doniamo agli altri.

Prova a vedere le cose dal punto di vista del tuo cliente e chiediti perché dovrebbe scegliere te piuttosto che scegliere altre opzioni presenti sul mercato.

La risposta è semplice. Le competenze sul tuo campo stanno alla base del tuo lavoro, ma sono le attenzioni e la premura che fornisci che fanno la differenza.

gratitude marketing

 

5 motivi per cui dovresti introdurre il Gratitudine Marketing nel tuo lavoro

Introdurre la gratitudine nella routine lavorative porta 5 vantaggi interessanti:

  1. Quando i clienti sperimento la generosità e la gentilezza del tuo modo di lavorare parlano bene di te favorendo il passaparola.
  2. Donare agli altri è il più grande regalo che puoi fare a te stesso.
  3. Il gratitudine marketing è utile per consolidare le relazioni già acquisite. 
  4. La risorsa principale del tuo business è data dalle relazioni con il cliente e se coltivi una relazione crei il cliente per la vita.
  5. La relazione col cliente può diventare più preziosa se utilizzi una comunicazione più affidabile e significativa.

In quest’ottica il tuo obiettivo principale è quello di comprendere al meglio cosa è importante ora per i tuoi clienti e quello di determinare cosa la tua attività può fare per migliorare la vostra relazione.

Prova allora a chiederti se il tuo modo di fare marketing si fa ricordare e se produce i risultati sperati. Ma anche se ti impegni abbastanza affinché i tuoi clienti siano soddisfatti di te.

Gratitude marketing: come instaurare un rapporto di fiducia

La fiducia implica il concentrarsi su ciò che è importante per l’altro e solo con il rispetto, la sincerità, la comprensione e le attenzioni verso di lui potrai distinguerti.

Ma come possiamo definire la parola “fiducia”? Proviamo a spiegarla utilizzando il rispettivo in inglese: trust.

T: total

R: respect

U: understanding

S: sincerity

T: thoughtfulness

La fiducia si basa sul modo in cui si impostano le relazioni interpersonali: coltiva le relazioni e i tuoi clienti si fideranno di te.

Ricorda che la fiducia è il regalo più prezioso che il cliente può offrirti.

Non spetta ai tuoi clienti ricordarsi di te. È il tuo lavoro che costantemente ricorda loro chi sei e il motivo per il quali siete entrati in relazione.

Ricorda che il cliente deve poterti raggiungere sempre, quando ne ha bisogno. E la tua comunicazione deve essere:

  1. Semplice da capire
  2. Semplice da seguire
  3. Difficile da dimenticare

“Provare gratitudine e non esprimerla è come incartare un regalo e non consegnarlo.”

William Arthur Ward

Nell’articolo Il Marketing della Gratitudine: fiducia, empatia e servizio per consolidare le relazioni condivido alcuni consigli su come mettere in pratica, con alcuni gesti semplici, la gratitudine. Ne riporto qualcuno qui di seguito.

1. Ricorda il compleanno dei tuoi clienti

Fatti sentire con una telefonata, una newsletter o un messaggio personale di auguri. Essere ricordati fa piacere.

Ricorda che donare fa bene a se stessi perché rilascia endorfine e fa felice chi riceve il dono perché si sente speciale ed è un modo di agire che fa star bene te e che, nel medio o lungo periodo, ti può far ottenere dei risultati interessanti.

È un gesto di marketing? Lo so, ma significa lavorare nella direzione giusta perché sono queste le cose che, anno dopo anno, consolidano la relazione.

2. Coltiva la capacità di ascolto

La capacità di ascolto è la base di un rapporto empatico. Saper ascoltare significa non solo capire ciò che l’altro sta dicendo con le parole, ma anche riuscire a cogliere ulteriori aspetti, come una sofferenza o un bisogno, che non vengono espressi in maniera diretta.

Ascoltare una persona in modo attivo porta alla creazione di un rapporto di fiducia, di comprensione, favorendo così il formarsi di un legame autentico.

3. Ogni tanto fai un regalo inaspettato

Non servono grandi cose: un buono sconto o qualcosa di tua produzione sono sufficienti per creare affiliazione e farsi ricordare.

 

Marketing della gratitudine

Gratitude Marketing: l’importanza degli apprezzamenti

Per comprendere a fondo il concetto utilizziamo di nuovo il rispettivo termine inglese: care.

C: consistent

A: appreciation

R: regurarly

E: every day

Per quanto si possa essere sicuri di sé, fa piacere ricevere dei riconoscimenti per il proprio operato, per i propri progressi, per quell’idea nuova o particolare.

È per questo che gli apprezzamenti sono importanti.

In realtà le persone fanno fatica a fare apprezzamenti e riconoscere i meriti altrui: un po’ per alcune convinzioni errate (come ad esempio “lodare troppo non va bene”) un po’ perché sono concentrate sui loro progressi.

Bisognerebbe invece capire che l’apprezzamento ti permette di entrare in sintonia con l’altro e di creare un ponte comunicativo autentico.

E tu, come ti poni con i tuoi clienti? Cosa ne pensi di questo approccio?

Una cosa è certa: strutturare una strategia lavorativa che possa considerare il marketing della gratitudine è la migliore strada da perseguire per ottenere dei risultati. È un modo di porti che ti dà una prospettiva nuova e, soprattutto, fa percepire il tuo valore ai tuoi clienti.

Se hai bisogno di qualche suggerimento per la tua attività non esitare a contattarmi: sarò felice di aiutarti.

 

Potresti leggere anche:

Testo consigliato:

  • Michael F. Sciortino, Sr., Gratitude Marketing, how you can create clients for life, Advantage Media Group, Charleston, South Carolina (USA) 2015

Foto di copertina: owfiqu-barbhuiya per Unsplash.com

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Come comunicare e promuovere gli eventi sul web e sui social

Come comunicare e promuovere gli eventi sul web e sui social

Scopri in che modo, dove e quando iniziare a promuovere un evento nel web per intercettare il pubblico interessato

Per presentare e promuovere un evento sul web è fondamentale prima di tutto conoscere il target di riferimento e quali piattaforme social il tuo pubblico è solito presidiare.  

Secondo passo è stabilire gli obiettivi che si vogliono raggiungere e conoscere il budget a disposizione.

Più azioni integrate metti in pratica e migliore sarà la tua visibilità e la possibilità di successo.

Facebook è il social più diffuso e potresti pensare di ottenere facilmente il successo sperato. Ma non è detto.

Se, per esempio, intendi promuovere un evento come un convegno o un seminario di settore, Facebook non è l’unica soluzione. Faresti sicuramente meglio a dedicarti a LinkedIn, dove sarà più facile raggiungere i professionisti o le aziende interessati.

Se ti rivolgi a un pubblico giovane la scelta migliore è invece quella di sponsorizzare il tuo evento anche su Instagram.

La creazione di un articolo sul blog aziendale è sicuramente un ottimo modo per dare tutte le informazioni necessarie. Utilizzando le parole chiave puoi raggiungere le persone interessate a vantaggio anche del sito stesso, che aumenta in visibilità.

Se la portata dell’evento è molto ampia, come ad esempio un convegno su un tema attuale e con invitati da altre province potresti pensare alla creazione di una landing page, una pagina web informativa e ottimizzata per ottenere il maggior numero possibile di conversioni.

Ricapitolando, stabiliti target e obiettivi puoi decidere allora di:

  • Creare un articolo nel Blog aziendale/Magazine collegato al sito web;
  • Sponsorizzare l’evento sui social media (social media marketing);
  • Costruire una landing page. 

Una strada non elimina l’altra, anzi, quando parlavo di azioni integrate mi riferivo proprio a questo.

Maggiori sono i media utilizzati (blog, social, landing page specifica) maggiore è la visibilità che otterrai sul web. 

La tempistica della promozione di un evento

Qual è il momento giusto per iniziare a promuovere l’evento online?

Iniziare la promozione dell’evento troppo presto (intendo mesi prima) si rivela impegnativo, soprattutto se devi continuare a pubblicare fino alla data di inizio dell’evento.

Hai tempo e budget sufficienti? 

Inoltre, gli interessati potrebbero non appassionarsi all’evento perché troppo lontano nel tempo. 

D’altra parte, dedicarsi alla promozione troppo tardi potrebbe rivelarsi una scelta azzardata.

Il tempo rimasto a disposizione del pubblico, per scegliere l’evento, potrebbe essere limitato.

In linea di massima due mesi prima potrebbero essere un periodo ideale per promuovere online il tuo evento.

Articolo del blog aziendale

Se il tuo sito web presenta un blog aziendale un buon metodo per sponsorizzare l’evento è quello della redazione di un articolo o, meglio ancora, di una serie di articoli collegati fra loro.

Un articolo di informazione e uno di approfondimento, da far uscire sul blog e poi sui social fino a pochi giorni prima dell’evento, sono la scelta consigliata.

Come deve essere l’articolo?

Descrivi l’evento in modo chiaro con tutte le informazioni necessarie: sono elementi chiave per convincere le persone a partecipare.

In particolare l’articolo dovrà contenere:

  • un titolo pertinente e accattivante;
  • data, ora e luogo dell’evento;
  • descrizione esaustiva dell’evento;
  • immagini della passata edizione e di qualità;
  • costi e metodi di pagamento;
  • recapiti e contatti per ulteriori informazioni.

Per approfondire l’argomento puoi leggere l’articolo Copywriting: 6 consigli pratici per scrivere in modo chiaro e convincente

Riporto qui sotto un esempio di articolo creato dalla redazione de veronasera.it. L’impostazione è chiara e vengono date tutte le informazioni necessarie.

Promozione evento con articolo

Promuovere un evento su Facebook

Su Facebook creare un’evento è questione di pochi click. La piattaforma stessa ha messo a disposizione una sorta di modulo molto semplice e una serie di informazioni utili.

Quando crei e condividi un evento ti consiglio di non invitare tutti i tuoi contatti personali in modo indiscriminato e di selezionare invece quelli che sai essere in target con il tuo evento.

Se ti sembrano pochi puoi condividere l’evento sul tuo profilo e coinvolgere altri organizzatori nella condivisione, in modo da creare una diffusione maggiore.

Ricorda però di non abbandonare l’evento che hai creato su Facebook dopo averlo pubblicato: continua a pubblicare e a stimolare la curiosità con qualche anticipazione, svelando il dietro alle quinte, aggiornandolo con news e sviluppi.

Puoi anche preparare una serie di immagini professionali (che andrai a declinare nei formati richiesti dai diversi social) con una linea grafica creata apposta per l’evento e pubblicare brevi video.

Potresti sponsorizzare il tuo post sulla pagina personale Facebook in modo da divulgare l’evento e raggiungere il target giusto di pubblico.

Un’altra buona idea è collegare all’evento Facebook la vendita diretta dei biglietti con Eventbrite, in modo da impegnare subito il pubblico interessato alla partecipazione.

Fai attenzione al testo

Ricordati di:

  1. Scegliere il giusto tone of voice: usa l’io/noi se parli parli per un’azienda rivolgendoti al singolo, usa io/tu se parli per un professionista o un freelance, usa il voi se il target non si presta a un linguaggio informale o se ti rivolgi a una community affiatata.
    In ogni caso la scelta deve essere coerente con il tone of voice utilizzato sul sito web.
  1. Mostrare il vantaggio: rendi la tua offerta/proposta irresistibile e per farlo devi mostrare qualche vantaggio che hai solo tu (in questo caso il tuo evento). È uno dei principi del buon copywriting.
  1. Scrivere in modo sintetico: brevità, semplicità e no all’uso di parole poco conosciute (tecnicismi) o frasi complesse. Less is better, soprattutto sui social media. 
  1. Utilizzare i dati (persuasive copy): il numero è un segnale semplice e immediato e attira sempre l’attenzione. I numeri sono una potente leva psicologica di copywriting persuasivo.
    Esempio: se vendi biglietti per un corso puoi puntare sulla scarsità con “Solo 6 posti disponibili”.
    I numeri possono essere usati come riprova sociale: le persone si fidano del fatto che un prodotto/servizio è stato scelto da un certo numero di persone. Cita però solo numeri reali.
  1. Inserire la call-to-action: ricorda che “Il modo migliore per ottenere qualcosa da un pubblico è chiedere”.
    Le chiamate all’azione sono delle frasi imperative che invitano il lettore a fare qualcosa e permettono, allo stesso tempo, di ottenere un vantaggio. Nel caso di un evento il vantaggio potrebbe essere uno sconto per la prenotazione immediata.

Potresti leggere: Gestire una pagina Facebook: 10 cose da sapere per ottenere risultati

Nell’immagine qui sotto ho riportato un evento creato da Bike Experience di Fabio Boeti, un’agenzia di bike tourism di Valeggio sul Mincio (Verona) per il giorno della Festa della donna.

C’è tutto quello che serve: informazioni, motivazione, giusto tone of voice.

Social Media Marketing per eventi

Come presentare un evento su Instagram

Anche su Instagram il testo ha la sua importanza se il tuo scopo è quello di promuovere un evento.

Ricordati di:

1. Scegliere il giusto tone of voice; 

2. Crea un #hashtag unico che aiuti le persone a raccogliere le informazioni sull’evento e a contribuirne la promozione diffondendo immagini o domande.

3. Usare altri #hashtag appropriati mescolando hashtag specifici (per il tipo di evento) e generici (possono essere riferiti alla città dove si svolge);

4. Inserisci la call-to-action; 

5. Condividi immagini o brevi video prima dell’evento. In ogni post puoi:

  • offrire delle anticipazioni sull’evento;
  • dare informazioni utili;
  • creare storie interessanti (su Instagram ma anche su Facebook);
  • creare una presentazione coinvolgente dell’evento;
  • presentare eventuali sponsor e relatori.

Durante l’evento puoi:

  • trasmettere video in diretta dell’evento;
  • condividere immagini o video dei partecipanti che ti hanno taggato.

Qui sotto un esempio di promozione di un evento di danza su Instagram. In evidenza il vantaggio dei biglietti ridotti. Uso accurato degli Hashtag per intercettare il pubblico di riferimento.

Potresti leggere anche: Come cambia Instagram per le aziende: puntare sui contenuti visivi e testuali si rivela la scelta vincente

Promozione-evento-su-Instagram

Quali #hashtag utilizzare

Per trovare gli hashtag giusti per il tuo settore e quelli usati dei tuoi potenziali utenti puoi usare i tool come Ritetag o Hashtagify, che permettono di individuare delle preziose parole chiave correlate da aggiungere al tag principale.

Instagram stesso ti suggerisce i tag più utilizzati quando inserisci la parola chiave preceduta da #.

Ricorda che usare hashtag popolari e che vengono maggiormente usati in quel momento aumenterà la copertura e la visibilità dei tuoi post.

Alcuni hashtag hanno dei numeri altissimi di condivisione e il loro vantaggio principale consiste nell’alta visibilità che riescono a dare fin da subito al post. Alcuni esempi: #bestoftheday, #food, #friends, #fun, #instagram, #love, #travel #instafoto #summer e via dicendo

Ma c’è un problema. Il loro ampio utilizzo (dopo il tuo post molti altri utenti faranno lo stesso) fa scomparire in poco tempo ciò che hai pubblicato.

Un approccio più mirato è quello di utilizzare degli hashtag specifici, che riguardano cioè una specifica attività, un certo prodotto o la zona/regione in cui ti trovi.

Ovviamente la visibilità sarà minore, ma i post avranno più probabilità di essere visualizzati dal tuo reale pubblico target perché rimarranno più a lungo tra i post proposti da Instagram agli utenti.

La strategia migliore è quella di pubblicare qualche hashtag popolare (ma attinente) e qualche hashtag specifico e mirato, in modo da raggiungere entrambi gli obiettivi.

Quando creare una Landing Page

La landing page va costruita rispondendo alla ricerca di informazioni dell’utente del web che, in questo caso, cera sul web un evento a cui intende partecipare.

Solitamente, infatti, la landing page viene creata per eventi che si ripetono anno dopo anno e che attirano un grande numero di partecipanti.

Creare una landing page è un’ottima scelta se hai intenzione di raccogliere i contatti del pubblico o vendere direttamente i biglietti dell’evento attraverso il tuo sito.

Come puoi immaginare, la creazione della landing page va fatta da professionisti del settore, essendo una pagina web costruita su un dominio.

La landing page va costruita rispondendo alla ricerca di informazioni dell’utente del web che, in questo caso, cera sul web un evento a cui intende partecipare.

Buona cosa è condividerla su Facebbok o su Linkedin, proprio per dare modo al pubblico intercettato di ottenere informazioni e iscriversi all’evento.

Nell’immagine qui sotto un esempio di landing page creata per promuovere un evento di marketing.

In questo caso la pagina contiene anche un menù che rinvia alle varie pagine del sito web in cui è possibile trovare ulteriori informazioni, ma è possibile creare landing page più semplici e prive di menù di navigazione ma che contengono esse stesse ogni informazione necessaria.

Eventi promozione sul web

Per approfondire l’argomento puoi leggere:

Spero di averti dato una visione d’insieme dell’utilizzo e dell’utilità dei media nella comunicazione di un evento.

Sei alla ricerca di suggerimenti per promuovere il tuo evento online? Hai altri consigli da dare?

Scrivimi le tue idee nel box qui sotto!

 

Sara Soliman
AEsse Communication

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Immagine di copertina: Halil Ibrahim Cetinkaya per Unsplash.com

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