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Tra psicologia e filosofia: il connubio perfetto. Intervista al Prof. Massimo Bellotto

Tra psicologia e filosofia: il connubio perfetto. Intervista al Prof. Massimo Bellotto

L’intervista con uno dei più rinomati esperti della Psicologia del lavoro e delle organizzazioni ci porta a considerare il connubio che si può instaurare tra discipline, apparentemente diverse ma con profondi legami.

Professore, durante il corso di Psicologia delle Organizzazioni all’Università di Verona, sono spesso collegati aspetti della psicologia con concetti filosofici. Un particolare metodo didattico o un’eccezione?

La Psicologia è una disciplina recente e, dal punto di vista scientifico, ha un papà e una mamma che sono la Filosofia e la Medicina.

Personalmente non ho tagliato il cordone ombelicale con la filosofia in quanto ho avuto dei maestri che mi hanno insegnato a riflettere sul significato e sulle parole, tralasciando spesso le analisi quantitative dei dati, indispensabili invece per le pubblicazioni.

Quindi mi viene spontaneo collegare i ricordi degli studi classici umanistici e filosofici con le questioni di oggi. Penso che il nostro modo di pensare sia molto influenzato dalla filosofia greca antica, dalla quale ci giungono i concetti che a nostra insaputa usiamo per capire.

Ogni riferimento mi viene spontaneo, esce dal retrobottega, e così lo collego agli aspetti più tecnici della disciplina trattata.

Filosofia e Psicologia: un intreccio fondamentale

Un binomio, quello filosofia-psicologia, importante per la formazione. Cosa ne pensa?

Se guardiamo le pubblicazioni scientifiche nel mio settore, non c’è più alcun riferimento a concetti quali sapienza e saggezza, linguaggio utilizzato prima che il mondo diventasse quello di oggi. C’era un’altra idea di verità e di sapere. Adesso le case si costruiscono con i prefabbricati, non si parte più dalle fondamenta. Non c’è più il tempo di pensare e di ricordare, bisogna solo dimostrare efficienza e efficacia.

Ma non pensa che la mancanza di solide basi culturali sia deleterio per la formazione della nuova classe dirigenziale e manageriale?

Questo è un problema enorme. Io intravvedo il confine del problema, ma posso solo constatarlo. Il mondo ha una velocità di cambiamento incredibile.

Come vorrebbe fossero le lezioni?

Si dovrebbe ragionare di più insieme e interagire per costruire una conoscenza più vera. Vi è urgenza di sapere ma non pensare, riflettere, sollevare dubbi o collegare i concetti alla vita reale.

C’è meno tempo. Il tutto è ridotto ad un ‘quizzificio’ più che all’attribuzione di senso cui segue la consapevolezza. Bisogna competere, non far domande. Purtroppo manca la visione a lungo termine e si fanno le cose urgenti prima di quelle importanti.

Questo può dipendere da una visione d’oltreoceano, improntata al mero successo?

Ci sono dati che vanno in questa direzione. Il mondo anglo-americano condiziona il sistema valoriale, come la lingua inglese attualmente è quella imperante. In futuro sarà il cinese la lingua più parlata.

Una caricatura degli studenti descritta dal Prof. Massimo Bellotto

Parliamo degli studenti: come li vede?

Considerandoli da un punto di vista caricaturale (stereotipale) ho riscontrato cinque tipi, ciascun dei quali con dei contenuti diversi in base alle modalità di relazione.

1) persone che studiano 2) gli studenti 3) gli studentelli 4) i ruffiani 5) i quaraquaquà.

Il quinto tipo è lo studente che studia senza sapere perché studia o lo fa senza senso. Non c’è nessuno nel suo interno.

Il quarto è colui che si dà da fare per arrivare alla laurea, si adegua acriticamente ad ogni corso, cerca di compiacere i docenti più narcisisti. Massimo rendimento con il minimo sforzo. Lo studentello memorizza, assimila, apprende e dilaziona l’impatto con la vita.

E’ diverso dallo studente che partecipa attivamente alle lezioni, fa vita universitaria, si diverte, si accoppia e discute con i gruppi. Questa è una tipologia di studente che è sempre stata presente, ma in passato c’era più gogliardia.

Il primo tipo è colui che non solo studia, ma trova anche altre opportunità di crescita personale e professionale. Cerca altre esperienze, va all’estero e legge libri oltre a quelli prescritti dal programma. Custodisce l’autonomia e la libertà di pensiero.

Magari lavora o si laurea dopo i colleghi di corso. I contenuti e il modo di relazione sono molto diversi.

La goliardia è cambiata?

Direi che non c’è più. Oggi non c’è più il sociale e prevale l’individualismo. Manca il momento di accomunamento, il piacere di stare insieme. Si concentra in una unica frase ripetuta all’infinito e senza fantasia.

C’è qualche particolarità che ricorda a proposito?

C’è un testo classico della goliardia, l’Ifigonia, testo che tratta tematiche importanti. In passato ho composto una raccolta di vari dattiloscritti e li ho proposti ad alcuni dei miei migliori studenti di Padova.

Ho avuto delle reazioni diverse: alcuni erano divertiti e altri disturbati dalla scurrilità del linguaggio. Nessuno coglieva il senso metaforico, il messaggio che c’era dentro. Il testo non andava più bene. I tempi erano cambiati.

La società di oggi è diversa da allora?

Siamo in un contesto del politically correct. Il mondo è cambiato e ogni epoca ha le sue problematiche. Non è un momento facile ma tenete presente che il primo e il secondo tipo di studente avrà sicuramente più chances di riuscire sia nel contesto professionale che in quello personale. Auguri a tutti voi.

Grazie Professore!

 

Articolo a cura di Nicola Albi
AEsse Communication

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Stefano Visonà presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà si inserisce, oramai, a pieno titolo nel panorama italiano del legal thriller.

Con l’antologia “In un battito di ciglia” si presenta al pubblico con una serie di racconti scritti e menzionati nei concorsi di numerosi Premi Letterari nazionali.

Con piacere lo abbiamo intervistato per cercare di carpire alcune particolarità del suo stile e della sua passione per la scrittura.

Ciao Stefano, in questa antologia sono raccolti il meglio di 10 anni di narrativa breve. Sei affezionato a qualche racconto in particolare?

Beh, sono affezionato a tutti a dire il vero. Ognuno ha rappresentato per me qualcosa di importante, sia per la fatica e il lavoro che vi ho dedicato, sia per quello che di me vi è finito dentro. Certo, ce ne sono alcuni magari venuti meglio di altri, ma… come posso scegliere?

Mi verrebbe da dire “Freddo”, il primo, visto che è quello che ha dato il via al mio percorso di scrittore.

Se non avesse vinto al primo colpo forse non sarei nemmeno qui. Però anche “Centosette” che attraverso un numero parla di dolore (e il tema del concorso era il vino…), o “Parole calibro .22”, che parte da una foto fatta a mio figlio che dorme rannicchiato.

E “Utopia a termine” no? E anche “Il bicchiere della staffa”, “Il fine ultimo dell’amore”, “Il segno di S.H.”, “Fan tutti il proprio dovere”, “Il destino dell’acqua”, “L’astronave è ripartita”, “Il colore del gioco”, “Il sorriso di Lucio”, “Paura d’amore”, “In un battito di ciglia”.

Ecco, vedi, è finita che li ho elencati tutti.

 

In  “Il segno di S.H.” delinei i personaggi che poi utilizzerai per il legal thriller “Non ti svegliare”. È un chiaro omaggio a Conan Doyle?

Sì, è un racconto scritto per un concorso indetto dalla rivista “Sherlock Holmes”. L’idea mi intrigava e poiché avevo già iniziato a lavorare alla trama di Non ti svegliare provai a delineare bene quelli che poi sarebbero diventati i due protagonisti del romanzo: l’avvocato Rubens Gatto e l’investigatore privato Celestino Maculan. 

Usai anche lo stesso luogo di ambientazione da cui sarebbe partita poi la narrazione di Non ti svegliare e la tecnica di scrittura a due livelli che avevo in mente per il romanzo.

Il bello del racconto è che nel testo c’è tutto un gioco di sottili riferimenti a Conan Doyle, piccole citazioni sparse come indizi… un enigma nell’enigma, per stare in tema.


Spiegaci la tecnica di scrittura a due livelli
.

La tecnica di per sé è molto semplice: raccontare la stessa storia da due punti di vista diversi o attraverso due piani temporali diversi.

Il difficile è farla venir bene, e non perdersi scrivendola (e non far perdere poi il lettore).

Il racconto citato prima ne è un esempio, tutto sommato semplice, la narrazione avviene alternativamente attraverso gli occhi di Rubens Gatto e un io narrante che lo vede arrivare sul luogo del delitto.

In Non ti svegliare e Dove io mai la tecnica è più raffinata e complessa, assumendo una profondità anche temporale.

 

“Fan tutti il proprio dovere” racconto tagliente e intenso dove sei riuscito a costruire un thriller su un tema importante. Parlacene brevemente.

Avevo letto di un concorso dove i vincitori sarebbero stati premiati al Salone del Libro di Torino. La cosa mi intrigò da subito, il Salone era per me una specie di mito assoluto, la Luna che guardi da bambino dalla tua cameretta e sogni di raggiungere un giorno da grande.

Oltretutto Non ti svegliare era ormai a buon punto e volevo iniziare a prendere contatto con il mondo dell’editoria.

Solo che il tema del concorso era “Donna d’impresa”, ma non è che mi “ispirasse” più di tanto. Scrivo bene quando il tema mi coinvolge, quando la storia mi trascina con sé e sento di avere qualcosa di mio da dire. Non avevo proprio niente da dire su una donna d’impresa.

Dopo giorni di vuoto decisi di usare come protagonista una donna-imprenditrice (in modo da rispettare formalmente il bando), ma prendere di petto un tema del tutto diverso: la violenza famigliare.

Ne è venuta fuori una storia che sbaragliò tutti e andai raggiante al mio primo Salone del Libro da autore.

 

Hai altri racconti in cantiere, o progetti futuri che riguardino la narrativa breve?

Dopo “Il Destino dell’Acqua” avevo deciso di chiudere con i concorsi e la narrativa breve e dedicarmi solo a romanzi “veri”.

I Premi Letterari sono un po’ fini a se stessi. Sono come pasticcini, ti deliziano per un attimo, ma non saziano.

E i racconti non interessano a nessuno, gli editori li snobbano, la gente magari li legge, ma non li considera “vera letteratura”.

Nonostante avessi deciso di smettere, ne ho scritti ancora, per riviste o antologie. D’altronde, il primo amore è difficile da scordare. Quindi, giuro, non ho più intenzione di scrivere racconti brevi, però…

 

Questi sono solo alcuni approfondimenti che ci possono aiutare a comprendere meglio la poliedrica personalità, di scrittura e caratteriale, di Stefano Visonà.

Noi dello Studio AEsse Communication ci promettiamo di rivederlo, in aprile 2018, al Festival Letterario e del Libro di Soave con il suo nuovo romanzo giallo “Dove io mai”.

Se ami il genere giallo-noir leggi anche: Il poliziesco di casa nostra: il Commissario Ambrosio di Renato Olivieri

 

Articolo a cura di Nicola Albi
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Visual facilitator: dalla parola al disegno

Visual facilitator: dalla parola al disegno

Nell’azienda evoluta si diffonde sempre più la figura del facilitatore visuale. Una professione che contempla la tecnica del disegno con la capacità di sintesi.

Il visual facilitator è colui che durante le conferenze o nei workshop aziendali ascolta e ricostruisce, con matite colorate e fogli di carta, il focus degli inteventi dei relatori.

Trasferire concetti e strategie in mappe che sintetizzano ore di discussioni, spesso complesse, significa trasportare il senso della parola in una figura.

Andrea Bielli di Sevendots, società che opera nella consulenza del marketing, afferma:

“La parola non è portatrice assoluta di verità e va in molte direzioni. Il fatto di affidare a un esterno il compito di interpretare e trasmettere un’idea rappresentativa di un discorso vuol dire comunicare in modo mirato. Il visual facilitator ha capacità narrative, di sintesi e soprattutto interpretative, ma non inventa: trasmette il pensiero in campo”.

D’altronde, se guardiamo il flusso interminabile di linguaggi e parole che la modernità e la Rete ci mettono a disposizione, diviene quasi un sollievo trovarsi difronte a una mappa concettuale colorata e chiara.

In Italia la professione dei facilitatori visuali proviene dal mondo del fumetto, dalla pubblicità e molti sono stati dei writers.

Per molti di loro il graffittismo è stata una scuola utile a imparare tecniche e metodi.

Muoversi all’interno di un discorso, seguirne il filo logico e tramutarlo in segno richiede, inoltre, doti di veloce elaborazione e sensibilità psicologica.

Spiega Sara Seravalle della Visual Stories, società di facilitazione grafica:

“Siamo come interpeti simultanei. Il fascino è catturare tutto in diretta”.

Il risultato è comunque efficace alla vista del pubblico

“L’apprendimento multisensoriale è un meccanismo ancestrale, è così che ci siamo evoluti”.

sostiene Laura Astolfi, neuroscienziata e docente di Bioingegneria alla Sapienza di Roma.

Stimolare con la grafica la platea è creare un legame tra emozioni e memoria.

Il cervello seleziona gli stimoli, siano essi positivi o negativi, e decide se ricordarli o meno.

Un aspetto interessante nell’ambito della comunicazione che trova riscontro nel 4° assioma di Paul Watzlawick:

“Le comunicazioni possono essere di due tipi: analogiche (ad esempio le immagini, i segni) e digitali (le parole)”.

E poi, perchè ritornare al disegno? Mancano quelle doti oratorie del leader o il pubblico non è più abituato all’analisi concettuale?

Siamo sempre più distratti dalla dimensione multitasking e abituati allo zapping televisivo che preferiamo l’immagine allo scritto?

A voi l’ardua riflessione.

 

 

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WordPress 5.0: Gutemberg si presenta

WordPress 5.0: Gutemberg si presenta

Gli sviluppatori di Automattic hanno distribuito l’ultima versione di WordPress, il CMS più popolare del Web. Un nuovo editor a blocchi che, per ora, abbonda di bug.

Nuovo aggiornamento per i webmaster: WordPress 5.0 è stato rilasciato, la scorsa settimana, dai programmatori di Matt Mullenweg.
Per chi scrive sul web e per chi deve gestire un progetto o piattaforma online ci sono importanti novità.
Il nuovo editor si chiama “Gutemberg” e sostiusce la vecchia interfaccia.

WordPress 5.0: di cosa parliamo

L’aggiornamento che ci consentirà di cambiare il modo di vedere l’impostazione della struttura di scrittura si chiama WordPress 5.0, soprannominato Bebo, in omaggio al jazzista cubano Bebo Valdés.
Ricordiamo che il CMS (Content Management Sistem) più popolare del web rilascia costantemente versioni minori del software, per ragioni di sicurezza e per migliorarne la funzionalità.
Questo release è un major update, un aggiornamento importante, in quanto consente di cambiare paradigma.

Gutemberg di WordPress il nuovo update

Gutemberg di WordPress il nuovo update

 

Nuovo editor: Gutenberg

La grande novità è la possibilità di usare una nuova interfaccia per creare i contenuti. Con l’editor a blocchi “Gutenberg” ogni pagina o pubblicazione sarà gestita con un visual composer. Il trend, in fatto di design, è quello di avere dei “page builder” semplificati utili per visualizzare meglio le sezioni di lavoro.
Prima di Gutemberg questo era possibile con plugin di terze parti o con temi più evoluti come DIVI, BeTheme, Avada o altri.

Guardiamo il filmato per meglio renderci conto come funziona:

L’inserimento dei contenuti, testuali o visuali, avviene dopo la creazione di box.
A disposizione c’è una “cassetta degli attrezzi” dove si trovano bottoni call to action e colonne.

Problemi con l’aggiornamento?

In ogni grande update del CMS potrebbero esserci dei problemi di compatibilità soprattutto con i template e plugin presenti.
Il consiglio è quello di attendere il rilascio di versioni più stabili, tipo WordPress 5.0.1 già disponibile per essere caricata.

Se siamo in presenza di un sito web con molti plugin e ricco di contenuti la migliore cosa da fare è un backup di sicurezza.
Nel caso il tuo hosting provider sia SiteGround, con il piano intermedio GrowBig, il backup giornaliero è già attivato.
Vedi la funzione sul cPanel da dove si può intervenire.

Posso tornare alla versione precedente?

Nel caso in cui tu non sia disposto, per ragioni di tempo o perché l’editor ti è scomodo, ad affrontare “Gutenberg” questo è il plugin da implementare: Classic Editor. 
Con pochi passaggi puoi scegliere quale metodo usare, quello nuovo o quello precedente .

WordPress 5.0: cosa ne pensiamo?

Ci sono pareri discordanti sul nuovo update. Il cambiamento, in ogni caso, è inevitabile.
Per chi usa un template come DIVI di Elegant Temes, il sistema si avvicina molto.
Sarà sicuramente di supporto per migliorare l’aspetto delle tue pubblicazioni.

Tu hai già aggiornato il tuo sito web? La nuova soluzione come ti sembra?

Nicola Albi
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