L’intervista con uno dei più rinomati esperti della Psicologia del lavoro e delle organizzazioni ci porta a considerare il connubio che si può instaurare tra discipline, apparentemente diverse ma con profondi legami.

Professore, durante il corso di Psicologia delle Organizzazioni all’Università di Verona, sono spesso collegati aspetti della psicologia con concetti filosofici. Un particolare metodo didattico o un’eccezione?

La Psicologia è una disciplina recente e, dal punto di vista scientifico, ha un papà e una mamma che sono la Filosofia e la Medicina. Personalmente non ho tagliato il cordone ombelicale con la filosofia in quanto ho avuto dei maestri che mi hanno insegnato a riflettere sul significato e sulle parole, tralasciando spesso le analisi quantitative dei dati, indispensabili invece per le pubblicazioni. Quindi mi viene spontaneo collegare i ricordi degli studi classici umanistici e filosofici con le questioni di oggi. Penso che il nostro modo di pensare sia molto influenzato dalla filosofia greca antica, dalla quale ci giungono i concetti che a nostra insaputa usiamo per capire. Ogni riferimento mi viene spontaneo, esce dal retrobottega, e così lo collego agli aspetti più tecnici della disciplina trattata.

Un binomio, quello filosofia-psicologia, importante per la formazione. Cosa ne pensa?

Se guardiamo le pubblicazioni scientifiche nel mio settore, non c’è più alcun riferimento a concetti quali sapienza e saggezza, linguaggio utilizzato prima che il mondo diventasse quello di oggi. C’era un’altra idea di verità e di sapere. Adesso le case si costruiscono con i prefabbricati, non si parte più dalle fondamenta. Non c’è più il tempo di pensare e di ricordare, bisogna solo dimostrare efficienza e efficacia.

Ma non pensa che la mancanza di solide basi culturali sia deleterio per la formazione della nuova classe dirigenziale e manageriale?

Questo è un problema enorme. Io intravvedo il confine del problema, ma posso solo constatarlo. Il mondo ha una velocità di cambiamento incredibile.

Come vorrebbe fossero le lezioni?

Si dovrebbe ragionare di più insieme e interagire per costruire una conoscenza più vera. Vi è urgenza di sapere ma non pensare, riflettere, sollevare dubbi o collegare i concetti alla vita reale. C’è meno tempo. Il tutto è ridotto ad un ‘quizzificio’ più che all’attribuzione di senso cui segue la consapevolezza. Bisogna competere, non far domande. Purtroppo manca la visione a lungo termine e si fanno le cose urgenti prima di quelle importanti.

Questo può dipendere da una visione d’oltreoceano, improntata al mero successo?

Ci sono dati che vanno in questa direzione. Il mondo anglo-americano condiziona il sistema valoriale, come la lingua inglese attualmente è quella imperante. In futuro sarà il cinese la lingua più parlata.

Parliamo degli studenti: come li vede?

Considerandoli da un punto di vista caricaturale (stereotipale) ho riscontrato cinque tipi, ciascun dei quali con dei contenuti diversi in base alle modalità di relazione.
1) persone che studiano 2) gli studenti 3) gli studentelli 4) i ruffiani 5) i quaraquaquà.
Il quinto tipo è lo studente che studia senza sapere perché studia o lo fa senza senso. Non c’è nessuno nel suo interno. Il quarto è colui che si dà da fare per arrivare alla laurea, si adegua acriticamente ad ogni corso, cerca di compiacere i docenti più narcisisti. Massimo rendimento con il minimo sforzo. Lo studentello memorizza, assimila, apprende e dilaziona l’impatto con la vita. E’ diverso dallo studente che partecipa attivamente alle lezioni, fa vita universitaria, si diverte, si accoppia e discute con i gruppi. Questa è una tipologia di studente che è sempre stata presente, ma in passato c’era più gogliardia. Il primo tipo è colui che non solo studia, ma trova anche altre opportunità di crescita personale e professionale. Cerca altre esperienze, va all’estero e legge libri oltre a quelli prescritti dal programma. Custodisce l’autonomia e la libertà di pensiero. Magari lavora o si laurea dopo i colleghi di corso.
I contenuti e il modo di relazione sono molto diversi.

La goliardia è cambiata?

Direi che non c’è più. Oggi non c’è più il sociale e prevale l’individualismo. Manca il momento di accomunamento, il piacere di stare insieme. Si concentra in una unica frase ripetuta all’infinito e senza fantasia.

C’è qualche particolarità che ricorda a proposito?

C’è un testo classico della goliardia, l’Ifigonia, testo che tratta tematiche importanti. In passato ho composto una raccolta di vari dattiloscritti e li ho proposti ad alcuni dei miei migliori studenti di Padova. Ho avuto delle reazioni diverse: alcuni erano divertiti e altri disturbati dalla scurrilità del linguaggio. Nessuno coglieva il senso metaforico, il messaggio che c’era dentro. Il testo non andava più bene. I tempi erano cambiati.

La società è diversa da allora?

Siamo in un contesto del politically correct. Il mondo è cambiato e ogni epoca ha le sue problematiche. Non è un momento facile ma tenete presente che il primo e il secondo tipo di studente avrà sicuramente più chances di riuscire sia nel contesto professionale che in quello personale. Auguri a tutti voi.

Nicola Albi

Navigando nel sito, permetti l'uso dei cookie da parte nostra. Informativa

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi