Visual facilitator: dalla parola al disegno

Nell’azienda evoluta si diffonde sempre più la figura del facilitatore visuale. Una professione che contempla la tecnica del disegno con la capacità di sintesi. Il visual facilitator è colui che durante le conferenze o nei workshop aziendali ascolta e ricostruisce, con matite colorate e fogli di carta, il focus degli inteventi dei relatori.

Trasferire concetti e strategie in mappe che sintetizzano ore di discussioni, spesso complesse, significa trasportare il senso della parola in una figura.

“La parola non è portatrice assoluta di verità e va in molte direzioni”, spiega Andrea Bielli di Sevendots, società che opera nella consulenza del marketing.

Il fatto di affidare a un esterno il compito di interpretare e trasmettere un’idea rappresentativa di un discorso vuol dire comunicare in modo mirato.

“Il visual facilitator ha capacità narrative, di sintesi e soprattutto interpretative, ma non inventa: trasmette il pensiero in campo”, afferma sempre Bielli.

D’altronde, se guardiamo il flusso interminabile di linguaggi e parole che la modernità e la Rete ci mettono a disposizione, diviene quasi un sollievo trovarsi difronte a una mappa concettuale colorata e chiara.
In Italia la professione dei facilitatori visuali proviene dal mondo del fumetto, dalla pubblicità e molti sono stati dei writers.
Per molti di loro il graffittismo è stata una scuola utile a imparare tecniche e metodi.
Muoversi all’interno di un discorso, seguirne il filo logico e tramutarlo in segno richiede, inoltre, doti di veloce elaborazione e sensibilità psicologica.

“Siamo come interpeti simultanei. Il fascino è catturare tutto in diretta”, spiega Sara Seravalle della Visual Stories, società di facilitazione grafica.

Il risultato è comunque efficace alla vista del pubblico.
“L’apprendimento multisensoriale è un meccanismo ancestrale, è così che ci siamo evoluti”, sostiene Laura Astolfi neuroscienziata e docente di Bioingegneria alla Sapienza di Roma.

Stimolare con la grafica la platea è creare un legame tra emozioni e memoria. Il cervello seleziona gli stimoli, siano essi positivi o negativi, e decide se ricordarli o meno.
Un aspetto interessante nell’ambito della comunicazione che trova riscontro nel 4 assioma di Paul Watzlawick:
“Le comunicazioni possono essere di due tipi: analogiche (ad esempio le immagini, i segni) e digitali (le parole)”.

E poi, perchè ritornare al disegno? Mancano quelle doti oratorie del leader o il pubblico non è più abituato all’analisi concettuale?
Siamo sempre più distratti dalla dimensione multitasking e abituati allo zapping televisivo che preferiamo l’immagine allo scritto?
A voi l’ardua riflessione.
                                                                                                                            Nicola Albi

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