Il “copywriter” tra immagine e testo

Il “copywriter” tra immagine e testo

Alcuni dizionari identificano il “copywriter” con il “redattore pubblicitario”, definizione corretta solo a metà poiché il testo prodotto dal copywriter non ha, da solo, valore commerciale e non è dunque autonomo. Lo diventa quando si unisce a un’immagine.
È proprio in questa integrazione che risiede la forza del messaggio pubblicitario: la creazione di un messaggio che agisce a livello visivo e a livello verbale. L’immagine serve a catturare l’attenzione (l’emozione) e il testo a dare informazioni.

In “La parola immaginata” Annamaria Testa ci spiega come la necessità di integrare al meglio testo e immagine sia fondamentale: “preparate un buon testo, integratelo perfettamente con una buona immagine, controllate che entrambi siano funzionali al messaggio che il prodotto vuole trasmettere e che vengano compresi, graditi e condivisi dal target, in teoria potete esser certi di aver fatto un buon lavoro.” In teoria, appunto. In pratica è molto difficile misurare con precisione gli effetti che una campagna ha sulle vendite, che sono influenzate da troppe variabili: la distribuzione, il prezzo, la qualità del prodotto e il suo ciclo di vita, ma anche la qualità, il prezzo e la distribuzione dei prodotti concorrenti, gli sconti, la confezione. Ricordiamo che la pubblicità agisce sulla percezione che il pubblico ha di un prodotto.

Ma allora in cosa consiste la capacità del creativo?
Testa suggerisce che consiste in primo luogo nel riuscire a scartare velocemente le soluzioni sbagliate, ossia quelle che non funzionano a livello di percezione.
Per fare questo è necessario verificare la presenza o l’assenza di alcune caratteristiche tecniche del messaggio, così riassumibili:

1. Il messaggio deve risultare congruente con il prodotto e con la sua immagine desiderata
2. Il messaggio deve risultare comprensibile, in riferimento al livello culturale del target
3. Il messaggio deve essere accattivante e convincente (no ai messaggi autoritari, ricattatori, offensivi che inducono a sensazioni sgradevoli e instaurano il meccanismo di rimozione)
4. Il messaggio deve coinvolgere il destinatario, in termini emotivi, estetici e utilitaristici.

Il copywriter deve avere dunque quella sensibilità letteraria che lo rende capace di mimare stili diversi, deve riuscire a trovare parole che si integrino perfettamente con le immagini, deve saper esprimere concetti complessi in modo semplice, corretto, efficace e innovativo.

Per capire se parole e immagine di un annuncio lavorano in sinergia basta fare una verifica molto semplice: togliere il titolo all’immagine e poi l’immagine al titolo. Solitamente succede che le parole da sole risultano non credibili e l’immagine piuttosto fredda. Insieme invece funzionano. Questo avviene perché l’immagine contestualizza il titolo circoscrivendo l’affermazione a una realtà possibile, mentre il titolo aiuta a leggere l’immagine in modo corretto.

Ma questo non è che l’inizio. Dovremmo parlare anche di ritmo, di punteggiatura, di tono di voce e di format. Alla prossima puntata.

Gestire una pagina Facebook: 6 cose da sapere

Gestire una pagina Facebook: 6 cose da sapere

Sono sempre di più gli utenti di Facebook che si improvvisano gestori di pagina, dall’hobby al piccolo negozio, dal ristorante di papà all’associazione che organizza escursioni in montagna, tanto per fare qualche esempio. Gestire una pagina Facebook sembra una cosa facile e alla portata di tutti, ma non è così. Se il vostro scopo è quello di diffondere la vostra attività, e dunque si tratta della gestione di una pagina professionale, è un lavoro che richiede la professionalità di un esperto, il Social Media Manager. Cosa diversa se si tratta della condivisione di un post riferito a un blog personale e che dunque non necessita di alti numeri di lettura e condivisione.
In ogni caso è bene sapere qualche regola.

1. Conoscere il target di riferimento

Innanzitutto è fondamentale aver ben chiara l’identità del chi siamo, della nostra azienda o del nostro negozio. Solo così possiamo studiare una strategia per comunicare al meglio. Una volta che abbiamo il nostro messaggio ben chiaro in mente dobbiamo farlo arrivare alle persone giuste al fine di non disperdere tempo, soldi e risorse.

2. Content is King

Il contenuto è fondamentale, ma deve essere pertinente, originale e rilevante per il pubblico al quale ci rivolgiamo. Immagini di repertorio o post personali sono sconsigliati.
Se non abbiamo nulla di interessante da pubblicare, non pubblichiamo!
Non è scritto da nessuna parte che bisogna pubblicare un post ogni giorno, ciò che conta è postare bene. Qualche volta, come si suol dire, “Less is more”.

3. Non essere invadente

Le persone navigano su Facebook per prendersi un momento di pausa, non vogliono essere investite da messaggi promozionali di prodotti che non conoscono e a cui magari nemmeno sono interessate.
Dobbiamo entrare nella mente dei nostri potenziali clienti in punta di piedi, con post che invitino alla scoperta del nostro brand finché non saranno pronti a compiere l’azione da noi desiderata: contatto o acquisto che siano.

4. Errore (purtroppo ancora molto diffuso) nel “fai da te”

Mi capita ancora spesso di ricevere inviti a seguire pagine Facebook che, una volta aperte, sono scarse di contenuti. Ovvero sono presenti foto profilo, immagine di copertina e, al massimo un post o una foto. Ma che tristezza! E perché mai, mi chiedo, dovrei seguire e supportare una pagina della non so nulla se non il suo nome? Nella giungla di Facebook è indispensabile scegliere con cura chi seguire per non essere sommersi ogni giorno da post o notifiche che non interessano affatto. 
Arriviamo al dunque: prima di invitare gli amici a seguirvi fate di in modo di essere “attraenti”.
I contenuti devono abbondare ed essere di qualità.

5. Provare le novità che Facebook propone

Facebook che ti consente di creare il “Post sponsorizzato perfetto” creando automaticamente diverse combinazioni tra più opzioni di Titolo, Immagine/Video, Testo, Descrizione, Pulsante al fine di valutare quale variante raggiunge il numero maggiore di obiettivi.

Per fare un buon lavoro ci vuole sia una buona vena estetica quanto una buona mano da copywriter ma la verità è che se non sei in grado di interpretare i dati non vai molto lontano.

Per conoscere il nostro target, per capire quali sono i post più rilevanti e che tipologia di contenuto converte meglio è indispensabile studiare i dati, e non intendo solo le “vanity metrics” (follower, like, commenti, condivisioni), ma soprattutto come e in quale modo possiamo massimizzare il ROAS (ritorno sull’investimento pubblicitario) e ottenere i migliori risultati per il nostro brand.

6. L’utilissimo Pixel

Il Pixel è una piccola stringa di codice che una volta inserita correttamente all’interno del nostro sito può fare miracoli. Esso svolge due utilissime funzioni: monitora le azioni degli utenti (visita di una pagina, acquisto di un prodotto, compilazione di un form ecc.) e ci permette di creare delle liste di remarketing che possiamo utilizzare per interagire non solo con chi già conosce il nostro brand, ma anche con persone che secondo l’algoritmo hanno caratteristiche in comune con chi è già nostro cliente o con chi ci segue sulla Pagina Facebook che gestiamo.

Dunque, se chi ben si destreggia con i Social Media oggi può improvvisarsi gestore della pagina della propria attività, credo che per poter considerare questo un investimento serva l’aiuto di persone preparate e competenti.
 Nel web non basta esserci, bisogna farsi raggiungere e farsi scegliere.

Sara Soliman

Stefano Visonà: presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà: presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà si inserisce, oramai, a pieno titolo nel panorama italiano del legal thriller. Con l’antologia “In un battito di ciglia” si presenta al pubblico con una serie di racconti scritti e menzionati nei concorsi di numerosi Premi Letterari nazionali.
Con piacere lo abbiamo intervistato per cercare di carpire alcune particolarità del suo stile e della sua passione per la scrittura.

1) In questa antologia sono raccolti il meglio di 10 anni di narrativa breve. Sei affezionato a qualche racconto in particolare?

Beh, sono affezionato a tutti a dire il vero. Ognuno ha rappresentato per me qualcosa di importante, sia per la fatica e il lavoro che vi ho dedicato, sia per quello che di me vi è finito dentro. Certo, ce ne sono alcuni magari venuti meglio di altri, ma… come posso scegliere?
Mi verrebbe da dire “Freddo”, il primo, visto che è quello che ha dato il via al mio percorso di scrittore. Se non avesse vinto al primo colpo forse non sarei nemmeno qui. Però anche “Centosette” che attraverso un numero parla di dolore (e il tema del concorso era il vino…), o “Parole calibro .22”, che parte da una foto fatta a mio figlio che dorme rannicchiato. E “Utopia a termine” no? E anche “Il bicchiere della staffa”, “Il fine ultimo dell’amore”, “Il segno di S.H.”, “Fan tutti il proprio dovere”, “Il destino dell’acqua”, “L’astronave è ripartita”, “Il colore del gioco”, “Il sorriso di Lucio”, “Paura d’amore”, “In un battito di ciglia”.
Ecco, vedi, è finita che li ho elencati tutti.

2) In  “Il segno di S.H.” delinei i personaggi che poi utilizzerai per il legal thriller “Non ti svegliare”. È un chiaro omaggio a Conan Doyle?

Sì, è un racconto scritto per un concorso indetto dalla rivista “Sherlock Holmes”. L’idea di intrigava e poiché avevo già iniziato a lavorare alla trama di NON TI SVEGLIARE provai a delineare bene quelli che poi sarebbero diventati i due protagonisti del romanzo: l’avvocato Rubens Gatto e l’investigatore privato Celestino Maculan. Usai anche lo stesso luogo di ambientazione da cui sarebbe partita poi la narrazione di NON TI SVEGLIARE e la tecnica di scrittura a due livelli che avevo in mente per il romanzo. Il bello del racconto è che nel testo c’è tutto un gioco di sottili riferimenti a Conan Doyle, piccole citazioni sparse come indizi… un enigma nell’enigma, per stare in tema.

3) Spiegaci la tecnica di scrittura a due livelli
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La tecnica di per sé è molto semplice: raccontare la stessa storia da due punti di vista diversi o attraverso due piani temporali diversi. Il difficile è farla venir bene, e non perdersi scrivendola (e non far perdere poi il lettore). Il racconto citato prima ne è un esempio, tutto sommato semplice, la narrazione avviene alternativamente attraverso gli occhi di Rubens Gatto e un io narrante che lo vede arrivare sul luogo del delitto. In NON TI SVEGLIARE e DOVE IO MAI la tecnica è più raffinata e complessa, assumendo una profondità anche temporale.

4) “Fan tutti il proprio dovere” racconto tagliente e intenso dove, sei riuscito a costruire un thriller su un tema importante. Parlacene brevemente.

Avevo letto di un concorso dove i vincitori sarebbero stati premiati al Salone del Libro di Torino. La cosa mi intrigò da subito, il Salone era per me una specie di mito assoluto, la Luna che guardi da bambino dalla tua cameretta e sogni di raggiungere un giorno da grande. Oltretutto NON TI SVEGLIARE era ormai a buon punto e volevo iniziare a prendere contatto con il mondo dell’editoria. Solo che il tema del concorso era “Donna d’impresa”, ma non è che mi “ispirasse” più di tanto. Scrivo bene quando il tema mi coinvolge, quando la storia mi trascina con sé e sento di avere qualcosa di mio da dire. Non avevo proprio niente da dire su una donna d’impresa. Dopo giorni di vuoto decisi di usare come protagonista una donna-imprenditrice (in modo da rispettare formalmente il bando), ma prendere di petto un tema del tutto diverso: la violenza famigliare. Ne è venuta fuori una storia che sbaragliò tutti e andai raggiante al mio primo Salone del Libro da autore.

5) Hai altri racconti in cantiere, o progetti futuri che riguardino la narrativa breve?

Dopo “Il Destino dell’Acqua” avevo deciso di chiudere con i concorsi e la narrativa breve e dedicarmi solo a romanzi “veri”. I Premi Letterari sono un po’ fini a se stessi. Sono come pasticcini, ti deliziano per un attimo, ma non saziano. E i racconti non interessano a nessuno, gli editori li snobbano, la gente magari li legge, ma non li considera “vera letteratura”. Nonostante avessi deciso di smettere, ne ho scritti ancora, per riviste o antologie. D’altronde, il primo amore è difficile da scordare. Quindi, giuro, non ho più intenzione di scrivere racconti brevi, però…

Questi sono solo alcuni approfondimenti che ci possono aiutare a comprendere meglio la poliedrica personalità, di scrittura e caratteriale, di Stefano Visonà.
Noi dello Studio AEsse Communication ci promettiamo di rivederlo, in aprile 2018, al Festival Letterario e del Libro di Soave con il suo nuovo romanzo giallo “Dove io mai”.

Nicola Albi

Intervista alla rivista Pass Magazine

Intervista alla rivista Pass Magazine

Due parole con Nicola Albi, laureato Univr e professionista nel campo della comunicazione.
Articolo comparso nella sezione Backstage del n.45 di Pass Magazine
di Alessandro Bonfante (vai all’articolo)

Il mondo della comunicazione è in continua evoluzione. Nuovi canali, nuove modalità e nuovi stili sono all’ordine del giorno. Un professionista in questo campo deve sempre essere aggiornato e affrontare nuove sfide.
Abbiamo chiesto a un laureato dell’università di Verona, Nicola Albi dello Studio AEsse Communication, di raccontarci il suo percorso professionale.

Parlaci del tuo percorso scolastico-universitario e lavorativo.

Il mio percorso universitario è iniziato nel 2010, quando mi sono iscritto al corso di laurea triennale di Scienze della Comunicazione, per terminare nel 2016 con la Magistrale in Editoria e Giornalismo. Essendo uno studente lavoratore, classe 1967, devo dire di aver ripreso lo studio dopo vent’anni di professione. La mia ultima occupazione riguardava la gestione assicurativa e legale di una società che operava nel commercio di articoli per cartolibrerie e grande distribuzione. Un’esperienza altamente formativa alla quale ho deciso di aggiungere più spessore. E devo dire che lo studio delle diverse materie presenti nei programmi di entrambi i corsi sono una base di partenza per ampliare quel bagaglio conoscitivo indispensabile ai nostri giorni. Questa precisazione è importante in quanto mi ha portato a reinventarmi nel lavoro. Con mia moglie Sara, anche lei laureatasi in Editoria e Giornalismo dopo un percorso in campo bio-medico, abbiamo fondato in piccolo studio di consulenza in ambito digit&media.

Quali sono state le esperienze (di formazione, ma non solo) più significative per la tua attuale occupazione?

Un corso che mi è stato utile per entrare nel settore digitale è stato quello in Grafica e Design per la multimedialità tenuto dal Prof. Antonio Cioffi. Imparare a gestire un progetto, che parte della creazione di un sito web alla connessione dei moduli social, mi è servito per l’attuale professione.
Anche il periodo tirocino formativo con l’ufficio dell’Area di Comunicazione Integrata d’Ateneo dell’università di Verona, nel campo del web content, è stato un interessante momento di crescita.

Università vs. mondo del lavoro: che rapporto c’è?

L’università deve essere strumentale all’occupazione o dare una base teorica? Il ruolo dell’università è fondamentale per generare quella struttura conoscitiva di base che servirà poi nei specifici ambiti professionali. L’interscambio di progettualità tra l’ateneo e le aziende è importante perché “insieme” si cresce in un mondo sempre più competitivo.

Quali sono le maggiori difficoltà che deve affrontare chi vuole iniziare a lavorare nel campo della comunicazione? Un consiglio per superarle?

L’ambito della comunicazione è in continuo cambiamento perchè risente dei ritmi della tecnologia. Se guardiamo il modo di fare giornalismo è diverso da quello di un tempo ma l’approccio rimane ancorato agli assiomi fondamentali (Watzlawick docet!). Quindi tenersi aggiornati, frequentando corsi o eventi specifici, per apprendere le complicate dinamiche sociali e della Rete sono il fil rouge che ci permette di superare le difficoltà del mercato.

Descriviti in tre parole.

Curioso, romantico e camminatore.
Penso che l’incipit ideale per cambiare sia presentarsi alla vita in maniera sempre diversa.
L’aspetto romantico riguarda il modo di essere in rapporto alle emozioni, vero motore esistenziale.
Infine la sintonia con la natura e con i suoi infiniti sentieri, immancabili momenti per meditare e conoscersi.

Tra Comunicazione Interculturale e Rete

Tra Comunicazione Interculturale e Rete

Il panorama della comunicazione digitale, della multimedialità e del webmarketing ha raggiunto livelli di complessità tali da richiedere un adeguato approccio e preparazione.
La comprensione delle svariate sfumature e dinamiche resta un fattore di crescita sia per un professionista del settore sia per chi intende approfondire la materia.

L’importanza che i media svolgono nella società è un motivo in più per avvicinarsi a corsi formativi rivolti all’analisi e alla creazione di una forma mentis adeguata, sopratutto in uno scenario complesso.

In questo ambito mi preme segnalare il master in “Intercultural Competence and Management” (Mediazione interculturale, Comunicazione e Gestione dei conflitti) che si tiene all’Università di Verona nel Centro Studi Interculturali (CSI) e diretto dal prof. Agostino Portera.
Il master, con inizio a febbraio del prossimo anno (le iscrizioni entro il 15 dicembre 2017) rientra nei diplomi di Master Universitario di primo livello (informazioni sul Master).

Il concetto di mediazione tra le fonti e il pubblico, insito nella responsabilità di giornalisti e comunicatori, necessita di essere sviluppato con metodo.

Come osserva Russ-Mohl S.(Fare giornalismo, Bologna 2011), “i media costruiscono ponti tra i mondi diversi. Si riflette poco su questa funzione del giornalismo, ma certamente i media contribuiscono all’integrazione in una società che diventa sempre più multietnica”.
Per questo motivo è auspicabile ricercare, in una preparazione mirata, quella consapevolezza che il ruolo dell’ “integrazione” ha nella comunicazione.

Lo stesso spirito di Internet è nato e si è sviluppato proprio con l’intento della condivisione senza barriere, pregiudizi e stereotipi.
L’uso di diversi canali (testuale, visivo e audio) rappresenta un elemento importante poiché ogni individuo sceglie il modo di comunicare più vicino alle sue peculiarità.
Una svolta epocale se consideriamo quanto i medium diano la possibilità di amplificare la propria “voce” nella Rete.

Ed è anche nella diversità culturale che il master sottolina la sua caratura: l’Altro migrante, l’Altro diverso – per religione e/o cultura – che viene a vivere nel nostro Paese chiede, come nuovo cittadino, il rispetto dei diritti pur osservando leggi, norme e doveri esistenti.

Comunicare, inoltre, significa anche arrivare a una mediazione tra culture, le più differenti, e connetterle al fine di rispettare i diritti, i valori e la dignità delle persone, delle regole e della giustizia sociale.

Aumentare le competenze nel solco di questi principi risulta utile sul mercato del lavoro, nel mondo dell’economia, del sociale, della formazione, della giustizia, della gestione dei conflitti, dei mass media e del digitale.

Un continuo confronto che genera spinte propulsive e accomuna i partecipanti nel raggiungere gli obiettivi sopracitati.
Saper raccontare come comunicatori, giornalisti e operatori dei media la nuova società multiculturale e fornire le chiavi interpretative di quanto accade nella comunità di riferimento è un plus valore di non poco conto.

Come sottolinea il prof.Portera: “l’approccio interculturale, a mio avviso, puo essere focalizzato come il ‘coraggio’ di pensare con la propria testa, assieme alla ‘umiltà’ del confronto”.

Amplifichiamo, pertanto, la nostra curiosità verso la comunicazione interculturale e la mediazione interculturale al fine di contribuire al miglioramento del benessere sociale.
Solo in questo modo eviteremo quell’uniformità che è alla base della massificazione e dell’omologazione.

”Nessun uomo è un’isola, ma è parte di un continente”
John Donne

Nicola Albi