L’informazione online e le ultime generazioni: il Digital News Report del Reuters Institute e il caso Reddit

L’informazione online e le ultime generazioni: il Digital News Report del Reuters Institute e il caso Reddit

Qual è il legame tra l’informazione e i Millenials? Uno studio dell’istituto inglese, collegato all’Università di Oxford, ci spiega cosa cercano e come si informano le nuove generazioni. Per i più impegnati c’è Reddit, il social news che resiste alle tendenze del momento

Oramai sono anni che il mondo dell’informazione si interroga sulle esigenze dei giovani e su come si rapportano con i media tradizionali.

Giornali, radio e televisione subiscono continui cali di audience, anche tra i giovani dai 18 ai 35 anni, le generazioni Z e i Millenials.

I giovani che si intrattengono con l’informazione sembrano delimitare un solco tra la voce di un “house organ” e i new media.

A volte il loro modo di interfacciarsi con i media tradizionali sembra sfuggente, titubante e quasi disinteressato.

Potrebbe essere la figura della struttura delle testate giornalistiche, che rispecchiano formalismi e dogmi di un tempo, il motivo distanziante nei ragazzi lettori?

Forse, ma sono anche le diverse necessità dei nuovi readers a staccarsi da una lettura dei media “vecchio stile”.

Di rilievo risulta essere la ricerca fatta nel Regno Unito dal Reuters Institute for the Study of Journalism, organizzazione che fa parte dell’Università di Oxford, con il “The Digital News Report 2019”.

Il Reuters Institute for the Study of Journalism con il Digital News Report 2019

Il Digital News Report è il più grande studio comparativo internazionale al mondo che monitora l’accesso e l’impegno delle notizie online in 38 paesi.

Come evidenziato sul sito dell’istituto inglese, il rapporto del 2019 si concentra su svariate questioni che riguardano le tendenze e le prospettive del pubblico sull’informazione:

dalla fiducia sulle fonti alla disinformazione, dalle mutevoli fortune delle piattaforme dei social media al modo in cui vengono utilizzate per le notizie e molto altro.

L’ottavo rapporto annuale sulle notizie digitali del Reuters Institute si basa su un sondaggio di 75.000 utenti di notizie in 38 paesi di tutto il mondo (tra cui Europa, Americhe, Asia-Pacifico e, per la prima volta, l’Africa).

La relazione sul 2019 si scontra con un contesto globale di populismo, instabilità politica ed economica e preoccupazione per il ruolo che hanno i giganti della tecnologia nella società.

Il sondaggio esamina, inoltre, come le notizie soddisfino le esigenze dei suoi consumatori in questo ambito.

Un’anticipazione della ricerca la troviamo nella dichiarazione introduttiva del report con i due ricercatori, Antonis Kalogeropoulos e Richard Fletcher: “I media si affidano al loro pubblico sia per la loro importanza pubblica che per la loro sostenibilità economica. Indipendentemente da quanto possano essere valide le segnalazioni, se le persone non le apprezzano, è improbabile che abbia un impatto significativo sull’opinione pubblica o sulla conoscenza pubblica.”

“Allo stesso modo – dichiarano Antonis e Richard – se le persone trovano le notizie deludenti, non importa quanto orgogliosi possano essere i giornalisti del loro lavoro, le persone potrebbero non essere disposte a pagare per questo come prodotto commerciale o come servizio pubblico. Potrebbero anche essere riluttanti a sostenere i media se i leader politici cercano di reprimersi o di intimidirli”.

Digital News Report 2019

Come i giovani passano il tempo sui loro smartphone e il ruolo delle notizie (fonte: digitalnewsreport.com)

 

Millenials e Generazione Z

Dal rapporto del Reuters Institute emerge che le generazioni Z e Y (Millenials) sono propense ad accedere alle notizie in modo “facile”, sia nella parte visuale e sia nel linguaggio, che deve essere chiaro ed esplicativo.

Soprattutto l’accesso alle news deve essere istantaneo, possibilmente dal mobile in quanto è il mezzo più usato per la fruizione dei contenuti.

Il dato che emerge è la richiesta di storie che trattano temi che li coinvolgano, quali la lotta agli stereotipi, il lifestyle o la diversità.

Dal report anglosassone si nota quanto sia determinante per i ragazzi leggere racconti divertenti e che siano “utili da sapere”.

Le notizie imposte dai giornali tradizionali sono lasciate in disparte e meno considerate.

La Generazione Z e i Millenials leggono, egoisticamente, ciò che desiderano sapere e ciò che stimola loro curiosità.

Altro fattore di allontanamento dai giornali tradizionali è il format usato. Come evidenziato nell’immagine sopra, i social vengono usati poco dalle agenzie di informazione.

Le piattaforme social come Instagram e Facebook sono le prime due App in ordine di comparsa sugli schermi degli under 35.

Modi e tempi per intercettare l’attenzione dei giovani

I giovani desiderano essere coinvolti e amano tutto ciò che è “tagliato su misura” per loro, l’informazione mirata e diretta ai loro interessi.

Ecco il successo delle Newsletter, che riscuotono la fiducia dei giovani in quanto arrivano direttamente nella casella email con una selezione di notizie pensata apposta per loro.

Anche i tempi di fruizione e di accesso alle news sono diversi. I ricercatori ne hanno individutato 4 tipologie:

  1. Dedicated, il tempo riservato all’informazione in cui l’attenzione e la concentrazione sono più alte.
  2. Updated, il tempo dedicato agli aggiornamenti.
  3. Time-filer, il tempo usato tra un’attività e l’altra.
  4. Intercepted, il tempo richiesto per leggere un messaggio o una notifica inaspettati.

Rapporto tra i giovani e l’informazione

Ecco allora che risultano evidenti tre aree da considerare:

  1. Il Tempo
  2. La Persona
  3. Il Mezzo

Ma attenzione che i ricercatori, a conclusione dello studio, sottolineano un altro fattore: la non convenzionalità del lettore giovane.

La sua scelta delle notizie dipende da un mix di curiosità, desiderio personale e divertimento. E qui risiede la capacità del redattore di muoversi su più livelli comunicativi.

 

Reuters Institute England

Il Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford (England), Foto di Reuters Institute – ph. Jeenah Moon)

I 5 punti suggeriti dal Reuters Institute per attrarre i Millenials

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha riassunto in cinque punti i consigli utili per i media ad attrarre Millenials e Generezione Z.

  1. Accesso facile a contenuti e temi. In primis l’uso di un linguaggio semplice e magari con una struttura di spiegazione del testo a step in modo da rendere più fruibile la lettura.
  2. Adattare il brand giornalistico alla piattaforma usata. Usare i social per reindirizzare il medium principale crea una distorsione nel lettore. Ogni storia dovrebbe essere adattata alla piattaforma usata, pur mantenendo la cifra stilistica del giornale. Questo aiuta a stabilire un legame più forte con i lettori.
  3. Costruire nuove abitudini. Oggi il lettore è collegato in ogni momento della giornata e quindi necessita di aggiornamenti continui. Una newsletter al mattino, un riassunto a metà giornata e uno dopo la pausa pranzo potrebbe essere una soluzione.
  4. La narrazione. Concentrarsi su racconti legati a temi caldi per le nuove generazioni, che siano stimolanti per la loro curiosità.
  5. Diversificare. L’opinione generalista espressa del singolo media è vista da Millenials e Generazione Z come una forzatura. Gli articoli d’opinione e gli editoriali devono offrire diversi punti di vista in modo da dare l’opportunità ai giovani di informarsi e formarsi un’idea, ma in maniera indipendente.

Il caso di Reddit: una piattaforma che resiste alle tendenze social

Tra Snapchat e Tik Tok c’è una piattaforma che resite alle mode social. È Reddit, che compie 15 anni a giugno (fondato il 23 giugno 2005 nel Massachusetts, Stati Uniti, da Steve Huffman e Alexis Ohanian) e in Italia molti ancora non lo conoscono.

Si tratta di un forum su cui leggere qualsiasi cosa e argomento senza filtri. Al suo interno è possibile creare e mantenere attive delle aree di interesse (chiamate subreddit) che trattano contenuti multidisciplinari.

Ogni utente è un redditor e cioè colui che legge (read) e scrive (edit).

L’utente carica o linka un contenuto sul sito, ma l’aspetto diversificante è che saranno gli altri utenti a decidere se renderlo rilevante in Homepage, anche con un voto ai commenti che seguono alla pubblicazione.

Per molti è un esempio di informazione e di giornalismo partecipativi. Viene definito un sito di social news con notizie che vengono condivise con una discussione.

Tra informazione e “filter bubble”

Negli Stati Uniti gli utenti tra i 18 e i 29 anni che utilizzano le piattaforme social almeno una volta al giorno sono oggetto di una ricerca (anno di riferimento il 2019) pubblicata su PEW Research Center (articolo di Andrew Perrin e Monica Anderson – 10 aprile 2019).

Nel caso di Reddit parliamo di una fonte informativa che la Generazione Z usa proprio perché sono gli utenti stessi che confermano il successo o meno di una news. Insomma una luogo virtuale dove stare al sicuro dai filtri dei giornali e dei social.

Era il 2011 quando Eli Parisier definisce con il nome di “filter bubble” la bolla in cui siamo rinchiusi dagli algoritmi dei social che studiano i nostri interessi.

Questo perché in base ai like rilevati dai social (con 300 like si riesce a definire la personalità di un utente meglio di un genitore) ci vengono proposti online prodotti e contenuti.

Su Reddit è l’utente che decide a quale community iscriversi (subreddit): all’interno delle singole comunità ci sono regole più o meno restrittive con dei moderatori.

Forse è una finta democratizzazione, ma in realtà è l’utente che aderisce al suo aggregatore di notizie in modo del tutto volontario.

All’estero Reddit ha iniziato a collaborare con alcune testate. Nel mondo il social news raggiunge mensilmente quasi 430 milioni di lettori e in Italia (il subreddit r/Italy) si ferma a 180mila lettori.

La parola ora passa ai lettori che valuteranno se il social news Reddit è più per nerd o si avvicina al modo di concepire l’informazione, scevra da controlli e imposizioni.

 

> Vedi il Digital News Report 2019

Articolo a cura di Nicola Albi
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Foto di copertina: Ph. Jezael Melgoza per unsplash.com

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Zoom è l’app del momento per le videoconferenze. Un successo senza precedenti con alcuni punti interrogativi

Zoom è l’app del momento per le videoconferenze. Un successo senza precedenti con alcuni punti interrogativi

La tech company californiana Zoom, di Eric Yuan, ottiene un seguito senza precedenti nel mondo delle app per videoconferenze. Qualche ombra sulla privacy sembra non preoccupare il Ceo della società.

Scegliere una piattaforma per le videoconferenze e per le attività didattiche online è divenuta, già dall’inizio della quarantena dovuta al coronavirus, una necessità.

Già da gennaio Zoom, società californiana di videoconferenze, ha iniziato a proporsi al pubblico mondiale.

Quando il COVID-19 si era diffuso in Cina e sembrava rimanere circoscritto, Zoom Video Communication di San Jose in California (USA) con la sua applicazione per iOS ha cominciato ad essere scaricata a ritmi vorticosi.

In una sola settimana l’applicazione è balzata in testa alla classifica dei download gratuiti nell’App Store di Apple.

Pochi giorni prima, secondo Apptopia Inc. società di Boston (USA) specializzata nell’analisi delle tendenze e delle metriche di mercato delle maggiori app e publisher di telefonia mobile del mondo, Zoom è stata scaricata da più di 600 mila persone.

Un record nello scenario delle piattaforme per le videochat.

Una platea diffusa

Tra i milioni di persone, che hanno iniziato a usufruire di questo servizio, ci sono studenti liceali, universitari e di ogni grado di istruzione.
Dato il perdurare del periodo di isolamento interi atenei e scuole si sono spostate sulla didattica telematica.

Sono questi gli anni in cui gli adolescenti, della generazione successiva ai Millenials, si definiscono della Generazione Z, cioè zoomer: ora lo sono in senso letterale.

E così, mentre il mercato azionario precipita, le azioni di Zoom si impennano portando la valutazione della società a toccare i 29 miliardi di dollari.

Questo risultato è frutto anche di una previsione fatta dalla società fin da gennaio, quando il Coronavirus ha cominciato a diffondersi in Cina.

Per l’effetto domino della propagazione e della inevitabile quarantena era pensabile che la clientela principale, gli impiegati in videoconferenza, avrebbe utilizzato in modo massiccio la piattaforma da casa.

Così gli specialisti di Zoom hanno iniziato un massiccio programma di lezioni di addestramento gratuite.

La Cina, per esempio, ha eliminato il tetto dei 40 minuti per le videoconferenze senza costi.

Ma Zoom non si è imposta solo nell’ambito dello smart working.

Sta diventando un fenomeno culturale, tanto che le videochat sono usate per organizzare feste, concerti, esposizioni artistice e funzioni religiose.

In azienda nessuno pensava di divenire un meme.

 

Tecnologie web

Zoom si conferma l’app più scaricata per facilità e usabilità. L’App è già in dotazione a molte scuole e università di tutto il mondo (foto da pixabay.com)

 

L’app Zoom spopola tra i ragazzi

Gli utilizzi di Zoom sono i più vari. Su Facebook, un gruppo di ragazzi confinato in casa, il Zoom Memes for Self Qaranteens, ha superato i 150mila membri in meno di una settimana.

I genitori dei ragazzi di prima media della scuola di Tosenbaum Yeshiva of North Jersey hanno organizzato la ricreazione dei figli sulla piattaforma.

Gli universitari americani hanno iniziato a fissare appuntamenti al buio su Zoom e i centri benessere offrono esercizi di respirazione e di Yoga online.

Harvard tiene lezioni attraverso Zoom, sia per i corsi di laurea triennali che per quelli specialistici.

“Twitch sta a YouTube come Zoom potrebbe stare a TikTok”, spiega Lucas Moiseyev, uno studente universitario statunitense, che ha rilasciato un’intervista pubblicata in un giornale italiano*.
Lo studente Moiseyev pensa che Zoom abbia le potenzialità per entrare nella vita quotidiana della Gen-Z anche dopo l’attuale quarantena, sempre che inserisca più funzioni social.

Un servizio di messaggeria diretta con filtri per le foto ed effetti video, tipo quelli presenti su TikTok e Snapchat, potrebbe spingere molti nuovi utenti a ritenere Zoom come riferimento per i loro incontri virtuali.

La concorrenza delle altre piattaforme

Nel panorama delle piattaforme di videochat esistono già altri concorrenti. Skype (nata nel 2003), Google Hangouts, Facebook Messenger e Face Time di Apple.

Marco Polo, app di video chat creata da Joya Comminication, consente agli utenti di comunicare come si stesse usando un walkie talkie. Si inviano i propri video e si aspetta che il ricevente risponda allo stesso modo.

Perché scegliere Zoom?

La risposta probabilmente è nella facilità con cui ci si collega a più persone in contemporanea e, inoltre, Zoom è già in dotazione a molte scuole e università.

Durante la quarantena Zoom ha esteso la possibilità di fare chiamate illimitate gratis fino a massimo 100 partecipanti.

In marzo l’app ha raggiunto i 2,4 milioni di download con una crescita del 1300% da metà febbraio 2020. Sono 20 gli stati in USA che utilizzano Zoom per la didattica online.

Elemento differenziante è quello del pulsante Touch Up My Appearance (ritocca il mio aspetto): consente di applicare un effetto flou all’immagine video, uniformando il colore della pelle dell’utente, come un filtro di Instagram.

Ci sono anche gli sfondi personalizzati per coprire ambienti poco presentabili online durante una conferenza.

Zoom ha un look di tendenza e i giovani sono attenti nell’uso di nuove tecnologie che seguono i trend del momento.

Di base c’è che la piattaforma è semplice nell’usabilità. Per questo viene scelta tra i software per videoconferenza.

Leggi anche > Smart working: 8 consigli per lavorare da casa in modo produttivo

Qualche ombra sulla Privacy

Un momento di ascesa, quello della tech company di Eric Yuan, ex manager di Cisco Systems, fondata nel 2011.

Il suo dilagante utilizzo solleva, però, dei timori legati alla privacy, la sicurezza per i più giovani e la moderazione dei contenuti.

Le condizioni di servizio includono delle clausole che potrebbero tradursi in un’intrusione nella vita privata degli utenti tipo l’utilizzo dei dati per le pubblicità mirate: in questo Zoom è da valutare con attenzione.

Da un’analisi della giornalista Mara Accettura** si rileva che Zoom, fino a qualche settimana fa (la prima settimana di aprile 2020), inviava a Facebook i dati personali degli utenti relativi a città, lingua, indirizzo IP, fuso orario e tipo di dispositivo. A loro insaputa.

In seguito ad una inchiesta dell’FBI (Federal Bureau of Investigation), la società si è scusata ed ha aggiornato l’app con una versione più sicura.

Il sito investigativo The Intercept (organizzazione giornalistica di inchiesta di New York) ha dichiarato che i video di Zoom non usano crittografia end-to-end tra gli utenti delle conference call e quindi la società proprietaria dell’app potrebbe accedere ai meeting. Pertanto sussiste la possibilità di un’attività di spionaggio.

Il 28 marzo SpaceX, società di Elon Musk, ha disabilitato i device del suo staff per paura di non avere la sicurezza e temere l’irruzione di hacker e troll durante le conferenze.

Il Ceo di Zoom, Eric Yuan, si è nuovamente scusato nel suo blog e si è impegnato a lavorare sui problemi di sicurezza e privacy fino a luglio, quando pubblicherà un rapporto sulla trasparenza supervisionato anche da terze parti.

 

Video conferenze

I rischi di violazione della privacy sono da valutare attentamente. Sul sito di aziendadigitale.eu ci sono utili consigli

Consigli per la privacy di agendadigitale.eu

Come mettersi al riparo da questi rischi?

Un consiglio, ricorrente, può essere quello di usare applicativi che hanno dietro aziende più strutturate, abituate a ragionare in termini di privacy by design/default, come Microsoft Teams, Skype (sempre di MS), Google Hangouts Meet.

Ma alcuni potrebbero trovarle limitate rispetto alla capacità di Zoom di ospitare così tante persone in contemporanea e ai suoi strumenti di smart working/e-learning.

Si può usare qualche rimedio per tutelarsi su Zoom.

Mettere una password ai meeting

Consiglio primario: impostare una password complessa per tutte le riunioni e i webinar.

Abilita la funzione Sala d’attesa

La funzione Sala d’attesa consente all’ospitante di controllare quando ciascun partecipante si unisce alla riunione.

Come organizzatore della riunione, puoi ammettere i partecipanti uno a uno o tenere tutti i partecipanti nella sala di attesa virtuale e ammetterli in massa.

Ciò richiede più lavoro da parte dell’host, ma consente ai partecipanti di aderire solo se lo ammetti specificamente.

Disabilita Partecipa prima dell’host

Se stai pianificando una riunione in cui verranno discusse informazioni riservate, è meglio lasciare Abilita partecipazione prima dell’ospite.

L’opzione Partecipa prima dell’host può essere utile per consentire ad altri di continuare una riunione se non si è disponibili per avviarla, ma con questa opzione abilitata, la prima persona che si unisce alla riunione verrà automaticamente impostata come ospitante e avrà il pieno controllo su l’incontro.

Limita la condivisione dello schermo all’host

Per impostazione predefinita, la condivisione dello schermo nelle riunioni Zoom è limitata all’host. Puoi modificarlo se devi consentire ad altri partecipanti di condividere i loro schermi. Attenzione a chi abilitare.

Lo scopo è consentire di condividere e collaborare evitando però zoombooming: impedire ai partecipanti indesiderati di interrompere la riunione con una condivisione intrusiva, con contenuti pornografici o altro, com’è successo.

Sicurezza delle riunioni durante la pianificazione delle riunioni di Zoom utilizzando il calendario di Outlook

Se aggiungi una riunione Zoom al tuo calendario o crei una riunione Zoom nel tuo calendario utilizzando il plug-in Zoom Outlook, tieni presente che la voce del calendario può includere la password della riunione Zoom.

Se hai impostato il tuo calendario in modo che sia aperto ai colleghi per visualizzare i dettagli delle tue riunioni, questo può esporre la password a chiunque visualizzi il tuo calendario.

È possibile proteggere la password rendendo privata la voce del calendario o modificando la voce per rimuovere la password della riunione di Zoom.

“Chiudi a chiave” la tua sessione

I controlli dell’host Zoom consentono all’host o al co-host di bloccare la riunione, una volta che tutti i partecipanti hanno aderito. Così evitiamo intrusi

Una nuova piattaforma di videochat, quella di Zoom, che si inserisce nel panorama delle app divenute indispensabili in questo frangente storico.

D’altra parte rimanere collegati a colleghi o compagni di scuola e amici è un momento di socialità, seppur virtuale.

 

Articolo a cura di Nicola Albi
AEsse Communication

*Settimanale Supplemento “D” magazine de La Repubblica n.1186.
** Intervento su “D” magazine de La Repubblica n.1186, titolo “Attenti ai troll”.

Foto di copertina di William Navarro su Unsplash.com

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Smart Working: 8 consigli per lavorare da casa in modo produttivo. Scopri i dati delI’Indagine di InfoJobs sullo Smart Working ai tempi del Coronavirus

Smart Working: 8 consigli per lavorare da casa in modo produttivo. Scopri i dati delI’Indagine di InfoJobs sullo Smart Working ai tempi del Coronavirus

L’emergenza epidemiologica causata dal Coronavirus ha determinato il ricorso per molti di noi allo Smart Working, il cosiddetto “lavoro agile”, che si svolge prevalentemente nella nostra casa.

Per Smart Working si intende una modalità lavorativa dipendente in cui non ci sono vincoli di orari e in cui non vi è una postazione fissa, ed è questo che lo differenzia dal “telelavoro”.

Anche se per molti si tratta di un modo di lavorare del tutto nuovo, in realtà lo Smart Working è stato adottato negli ultimi anni da un numero sempre maggiore di aziende, grazie anche all’inquadramento normativo con la Legge 81/2017.

Flessibilità, autonomia, responsabilizzazione e orientamento ai risultati: queste le parole chiave che sintetizzano la filosofia (e la pratica) che sta alla base dello Smart Working, che può essere applicato con numerosi vantaggi non solo all’interno delle aziende, ma anche all’interno della pubblica amministrazione.

Ma vediamo meglio cos’è lo Smart Working, come funziona e qualche consiglio per lavorare al meglio dalla propria abitazione.

 

Lo Smart Working: una rivoluzione culturale

Lo Smart Working scardina alla base consuetudini e approcci tradizionali del mondo del lavoro subordinato: possiamo leggerlo come una rivoluzione culturale e organizzativa del processo lavorativo.

Probabilmente sarà il modo di lavorare del futuro, basato su una cultura orientata ai risultati e su una valutazione legata alle reali performance.

Interessante la definizione che il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali dà dello Smart Working:

“lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

Nel 2015, l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ne dava la seguente definizione:

“Si tratta di una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”

L’approccio lavorativo dello Smart Working presuppone quindi un profondo cambiamento culturale e una revisione radicale del modello organizzativo dell’azienda, sia essa pubblica o privata.

Il ripensamento e la riorganizzazione delle modalità lavorative avvengono non solo fuori, ma anche all’interno dell’azienda e questo si ripercuote anche sull’organizzazione degli spazi aziendali, che devono essere sempre più ispirati ai principi di flessibilità, virtualizzazione e collaborazione tra le persone.

 

smart working

Lo Smart Working offre numerosi vantaggi alle aziende e al lavoratore

 

Lavorare da casa: 8 consigli utili

Lavorare da casa ha certamente i suoi vantaggi, come la flessibilità di orari e luogo e il non doversi spostare. Ma come ogni situazione c’è anche l’altro lato della medaglia, come la facilità a distrarsi.

Quando si lavora da casa si rischia o di fare troppo oppure di essere disorganizzati e non rispettare le scadenze. Le distrazioni sono molte, soprattutto per chi ha figli.

Riporto di seguito alcuni consigli che possono essere d’aiuto a chi, in questi mesi, lavora da casa ma anche a chi, per tipologia di attività, ha impostato la sua professione da casa.

1. Scegli un angolo della casa e trasformalo nella tua postazione di lavoro

Avere in casa una postazione per svolgere il proprio lavoro, un angolo ben organizzato dove tenere tutto ciò che serve a portata di mano, è molto importante. Meglio se è un luogo luminoso e lontano da fonti di distrazione come frigorifero e televisione.

2. Stabilisci un orario di lavoro, comprese le pause

Bisogna darsi degli orari, proprio come in ufficio e rispettare le varie pause, specie per chi lavora seduto e al pc. Questa regola è molto importante, altrimenti si rischia di lavorare tutto il giorno (o di concludere poco). Ovviamente il tipo di attività incide, ma l’obiettivo non è lavorare di più ma lavorare meglio ed essere produttivi.

3. Vestiti come se dovessi uscire

Non lavorare in pigiama, vestiti e non lasciarti andare: l’immagine professionale è importante per se stessi e per gli altri. Anche perché può capitarti la videochiamata improvvisa.

4. Utilizza un buon tool per organizzarti al meglio

Per organizzare il proprio lavoro esistono tanti strumenti, alcuni gratis. Trello, Basecamp e Workzone, per citarne alcuni. Questi strumenti di project management servono a:

  • pianificare un progetto
  • condividerlo con colleghi o clienti
  • fissare scadenze
  • lavorare in team
  • definire il budget

Insomma, tutto quello che occorre per pianificare il lavoro anche con altri collaboratori.

5. Fissa le scadenze e rispettale

Quando si lavora da casa si tende a fissare delle scadenze a breve perché si pensa di avere più tempo rispetto a quando si lavora in ufficio. Ma non è così, non dobbiamo pensare di dedicare tutto il tempo al lavoro: abbiamo degli orari da rispettare e le pause servono proprio per ricaricarci.

Sicuramente per progetti importanti si possono fare delle eccezioni, ma è giusto che questa resti un’eccezione e non sia la regola.

Segnati il tempo che ti serve per portare a termine un progetto e usalo come esempio per fissare le tue scadenze.

6. Rispetta le pause e usale per muoverti

Per chi svolge un lavoro sedentario, fare attività fisica è un dovere. Il minimo è almeno 30 minuti di camminata al giorno e un po’ di stretching. Puoi fare gli esercizi a casa, ma se hai la possibilità esci all’aperto per camminare (purtroppo questo è il periodo meno adatto): ti aiuta a liberare la mente e a riprendere il lavoro con meno stanchezza.

7. Mangia in modo sano e bevi acqua

Lavorare da casa offre un altro grande vantaggio: potersi preparare dei pranzi salutari. Verdura, legumi, frutta e frutta secca non devono mai mancare: in questo modo si evitano problemi di sonnolenza e concentrazione. Ricordati di bere almeno un litro e mezzo di acqua al giorno (la classica bottiglietta d’acqua accanto al pc è sempre una buona idea).

8. Fissa un giorno della settimana per le Skype-call con colleghi e clienti

Troppe chiamate durante la settimana ti distraggono e deconcentrano dal tuo progetto. Meglio fissare un unico pomeriggio e concentrare le chiamate per poi riprendere il lavoro con più tranquillità.

Sicuramente non è facile mettere in pratica queste abitudini per lavorare da casa: i cambiamenti richiedono del tempo per imparare ad adattarsi a nuove realtà. Ma con l’impegno si raggiungono sempre dei buoni risultati.

 

Diffusione dello Smart Working: aziende a PA

Il percorso verso lo Smart Working nella PA è ancora all’inizio, anche se in crescita: infatti nel 2018 in Italia già il 56% delle grandi aziende aveva avviato iniziative strutturate di Smart Working, contro l’8% delle amministrazioni pubbliche (dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano).

Per favorire la diffusione dello Smart Working centrale è il tema della comunicazione, sia interna (mostrando i vantaggi dell’approccio) che esterna, attraverso la diffusione e la conoscenza delle buone pratiche realizzate.

Sono disponibili da luglio 2019 anche i primi dati sullo stato di avanzamento dello Smart Working nella PA, diffusi nell’ambito del progetto “Lavoro agile per il futuro della PA – Pratiche innovative per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro“, finanziato dai Fondi Strutturali Europei.

I dati parlano di:

  • un 28% di amministrazioni già oltre la prima sperimentazione, quindi in una fase di sviluppo dei progetti di lavoro agile;
  • un 31% con sperimentazioni in corso;
  • un 41% in fase di avvio delle sperimentazioni.

In realtà quest’ultimo mese di sperimentazione di Smart Working (marzo-aprile 2020) ha trovato ampi consensi nel mondo dei gestori delle risorse umane, anche se all’inizio nessun capo del personale avrebbe voluto addentrarsi in una tale esperienza. Anche quelle realtà fino a pochi giorni prima impegnate in continue riunioni operative hanno scoperto le possibilità offerte dalle videoconferenze, anche collettive.

Chi pensava che solo il contatto tra capo e sottoposto potesse garantire controllo e produttività solo tramite contatto diretto (e dunque in azienda) si è dovuto ricredere.

Da un approfondimento sul Lavoro agile de Il Sole 24 ORE oggi sappiamo che:

  • ENI ha instaurato il lavoro agile per 16mila dipendenti in tutta Italia;
  • ENEL sono 36mila i dipendenti connessi al proprio team;
  • TIM ha coinvolto nello smart working più di 32mila dipendenti;
  • VODAFONE ha come obiettivo la totalità dei dipendenti in smart working (ora raggiunge il 95%);
  • MEDIASET ha 2,5mila dipendenti in lavoro agile;
  • CRIF, 5mila dipendenti in 4 continenti.

Ulteriori approfondimenti e casi sulla Guida de Il Sole 24 ORE.

 

Smart Working

Smart Working in Italia, prospettive per il futuro (Guida de Il Sole 24 ORE, fonte dati Osservatorio del Politecnico di Milano)

 

L’indagine di InfoJobs sull’attuale situazione di Smart Working in Italia

I dati emersi dall’indagine di InfoJobs in Italia rispecchiano un Paese che ha risposto all’emergenza utilizzando lo Smart Working in modo ampio: il 72% delle aziende ha messo a disposizione in tempi brevi mezzi e strumenti per permettere ai dipendenti e collaboratori di proseguire il lavoro da remoto.

Tuttavia, non tutte lle funzioni possono essere svolte in Smart Working.

Dai dati di InfoJobs risulta quindi:

  • i lavoratori italiani in smart working sono il 15%;
  • il 45% (50% per le donne) risulta a casa senza reddito;
  • il 25% risulta in congedo;
  • il 13% si reca ancora sul luogo di lavoro.

Ad oggi:

  • il 56% delle aziende che hanno attivato lo smart working dichiara di applicarlo per la prima volta;
  • il 29% l’ha esteso a più figure o su più giorni;
  • il 79% dei lavoratori afferma di adottare lo Smart Working per la prima volta;
  • per il 14,5% sono solo cambiate le modalità di fruizione;
  • per il 6,5% non c’è stato alcun cambiamento rispetto a prima.

Indagine Smart Working

Smart Working, Indagine InfoJobs, aprile 2020

 

Smart Working e tecnologia

La tecnologia (pc, tablet e smartphone) ha un ruolo importante nello Smart Working.

Come abbiamo detto in questo approfondimento, lo Smart Working implica anche una riorganizzazione dell’ambiente di lavoro dove la tecnologia ne diventa parte integrante ed è grazie a essa che forme di lavoro collaborativo sono possibili.

Secondo la legge il datore di lavoro non deve necessariamente mettere a disposizione del lavoratore le tecnologie per lavorare da casa: la logica è quella del Bring your own device (BYOD), ovvero la possibilità di usare i propri dispositivi personali fuori (e dentro) il posto di lavoro.

Ciò implica un’attenzione particolare ai temi della sicurezza, perché diventa fondamentale oggi, come non mai, proteggere sia i dati aziendali sia pc e tablet del dipendente.

 

 

Articolo a cura di Sara Soliman
AEsse Communication

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Sara Soliman

Copywriter

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Tra psicologia e filosofia: il connubio perfetto. Intervista al Prof. Massimo Bellotto

Tra psicologia e filosofia: il connubio perfetto. Intervista al Prof. Massimo Bellotto

L’intervista con uno dei più rinomati esperti della Psicologia del lavoro e delle organizzazioni ci porta a considerare il connubio che si può instaurare tra discipline, apparentemente diverse ma con profondi legami.

Professore, durante il corso di Psicologia delle Organizzazioni all’Università di Verona, sono spesso collegati aspetti della psicologia con concetti filosofici. Un particolare metodo didattico o un’eccezione?

La Psicologia è una disciplina recente e, dal punto di vista scientifico, ha un papà e una mamma che sono la Filosofia e la Medicina.

Personalmente non ho tagliato il cordone ombelicale con la filosofia in quanto ho avuto dei maestri che mi hanno insegnato a riflettere sul significato e sulle parole, tralasciando spesso le analisi quantitative dei dati, indispensabili invece per le pubblicazioni.

Quindi mi viene spontaneo collegare i ricordi degli studi classici umanistici e filosofici con le questioni di oggi. Penso che il nostro modo di pensare sia molto influenzato dalla filosofia greca antica, dalla quale ci giungono i concetti che a nostra insaputa usiamo per capire.

Ogni riferimento mi viene spontaneo, esce dal retrobottega, e così lo collego agli aspetti più tecnici della disciplina trattata.

Filosofia e Psicologia: un intreccio fondamentale

Un binomio, quello filosofia-psicologia, importante per la formazione. Cosa ne pensa?

Se guardiamo le pubblicazioni scientifiche nel mio settore, non c’è più alcun riferimento a concetti quali sapienza e saggezza, linguaggio utilizzato prima che il mondo diventasse quello di oggi. C’era un’altra idea di verità e di sapere. Adesso le case si costruiscono con i prefabbricati, non si parte più dalle fondamenta. Non c’è più il tempo di pensare e di ricordare, bisogna solo dimostrare efficienza e efficacia.

Ma non pensa che la mancanza di solide basi culturali sia deleterio per la formazione della nuova classe dirigenziale e manageriale?

Questo è un problema enorme. Io intravvedo il confine del problema, ma posso solo constatarlo. Il mondo ha una velocità di cambiamento incredibile.

Come vorrebbe fossero le lezioni?

Si dovrebbe ragionare di più insieme e interagire per costruire una conoscenza più vera. Vi è urgenza di sapere ma non pensare, riflettere, sollevare dubbi o collegare i concetti alla vita reale.

C’è meno tempo. Il tutto è ridotto ad un ‘quizzificio’ più che all’attribuzione di senso cui segue la consapevolezza. Bisogna competere, non far domande. Purtroppo manca la visione a lungo termine e si fanno le cose urgenti prima di quelle importanti.

Questo può dipendere da una visione d’oltreoceano, improntata al mero successo?

Ci sono dati che vanno in questa direzione. Il mondo anglo-americano condiziona il sistema valoriale, come la lingua inglese attualmente è quella imperante. In futuro sarà il cinese la lingua più parlata.

Una caricatura degli studenti descritta dal Prof. Massimo Bellotto

Parliamo degli studenti: come li vede?

Considerandoli da un punto di vista caricaturale (stereotipale) ho riscontrato cinque tipi, ciascun dei quali con dei contenuti diversi in base alle modalità di relazione.

1) persone che studiano 2) gli studenti 3) gli studentelli 4) i ruffiani 5) i quaraquaquà.

Il quinto tipo è lo studente che studia senza sapere perché studia o lo fa senza senso. Non c’è nessuno nel suo interno.

Il quarto è colui che si dà da fare per arrivare alla laurea, si adegua acriticamente ad ogni corso, cerca di compiacere i docenti più narcisisti. Massimo rendimento con il minimo sforzo. Lo studentello memorizza, assimila, apprende e dilaziona l’impatto con la vita.

E’ diverso dallo studente che partecipa attivamente alle lezioni, fa vita universitaria, si diverte, si accoppia e discute con i gruppi. Questa è una tipologia di studente che è sempre stata presente, ma in passato c’era più gogliardia.

Il primo tipo è colui che non solo studia, ma trova anche altre opportunità di crescita personale e professionale. Cerca altre esperienze, va all’estero e legge libri oltre a quelli prescritti dal programma. Custodisce l’autonomia e la libertà di pensiero.

Magari lavora o si laurea dopo i colleghi di corso. I contenuti e il modo di relazione sono molto diversi.

La goliardia è cambiata?

Direi che non c’è più. Oggi non c’è più il sociale e prevale l’individualismo. Manca il momento di accomunamento, il piacere di stare insieme. Si concentra in una unica frase ripetuta all’infinito e senza fantasia.

C’è qualche particolarità che ricorda a proposito?

C’è un testo classico della goliardia, l’Ifigonia, testo che tratta tematiche importanti. In passato ho composto una raccolta di vari dattiloscritti e li ho proposti ad alcuni dei miei migliori studenti di Padova.

Ho avuto delle reazioni diverse: alcuni erano divertiti e altri disturbati dalla scurrilità del linguaggio. Nessuno coglieva il senso metaforico, il messaggio che c’era dentro. Il testo non andava più bene. I tempi erano cambiati.

La società di oggi è diversa da allora?

Siamo in un contesto del politically correct. Il mondo è cambiato e ogni epoca ha le sue problematiche. Non è un momento facile ma tenete presente che il primo e il secondo tipo di studente avrà sicuramente più chances di riuscire sia nel contesto professionale che in quello personale. Auguri a tutti voi.

Grazie Professore!

 

Articolo a cura di Nicola Albi
AEsse Communication

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Visual facilitator: dalla parola al disegno

Visual facilitator: dalla parola al disegno

Nell’azienda evoluta si diffonde sempre più la figura del facilitatore visuale. Una professione che contempla la tecnica del disegno con la capacità di sintesi.

Il visual facilitator è colui che durante le conferenze o nei workshop aziendali ascolta e ricostruisce, con matite colorate e fogli di carta, il focus degli inteventi dei relatori.

Trasferire concetti e strategie in mappe che sintetizzano ore di discussioni, spesso complesse, significa trasportare il senso della parola in una figura.

Andrea Bielli di Sevendots, società che opera nella consulenza del marketing, afferma:

“La parola non è portatrice assoluta di verità e va in molte direzioni. Il fatto di affidare a un esterno il compito di interpretare e trasmettere un’idea rappresentativa di un discorso vuol dire comunicare in modo mirato. Il visual facilitator ha capacità narrative, di sintesi e soprattutto interpretative, ma non inventa: trasmette il pensiero in campo”.

D’altronde, se guardiamo il flusso interminabile di linguaggi e parole che la modernità e la Rete ci mettono a disposizione, diviene quasi un sollievo trovarsi difronte a una mappa concettuale colorata e chiara.

In Italia la professione dei facilitatori visuali proviene dal mondo del fumetto, dalla pubblicità e molti sono stati dei writers.

Per molti di loro il graffittismo è stata una scuola utile a imparare tecniche e metodi.

Muoversi all’interno di un discorso, seguirne il filo logico e tramutarlo in segno richiede, inoltre, doti di veloce elaborazione e sensibilità psicologica.

Spiega Sara Seravalle della Visual Stories, società di facilitazione grafica:

“Siamo come interpeti simultanei. Il fascino è catturare tutto in diretta”.

Il risultato è comunque efficace alla vista del pubblico

“L’apprendimento multisensoriale è un meccanismo ancestrale, è così che ci siamo evoluti”.

sostiene Laura Astolfi, neuroscienziata e docente di Bioingegneria alla Sapienza di Roma.

Stimolare con la grafica la platea è creare un legame tra emozioni e memoria.

Il cervello seleziona gli stimoli, siano essi positivi o negativi, e decide se ricordarli o meno.

Un aspetto interessante nell’ambito della comunicazione che trova riscontro nel 4° assioma di Paul Watzlawick:

“Le comunicazioni possono essere di due tipi: analogiche (ad esempio le immagini, i segni) e digitali (le parole)”.

E poi, perchè ritornare al disegno? Mancano quelle doti oratorie del leader o il pubblico non è più abituato all’analisi concettuale?

Siamo sempre più distratti dalla dimensione multitasking e abituati allo zapping televisivo che preferiamo l’immagine allo scritto?

A voi l’ardua riflessione.

 

 

Articolo a cura di Nicola Albi
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Pass Magazine intervista Nicola Albi, ex-studente lavoratore all’Università di Verona

Pass Magazine intervista Nicola Albi, ex-studente lavoratore all’Università di Verona

Due parole con Nicola Albi, laureato Univr e professionista nel campo della comunicazione.
Articolo comparso nella sezione Backstage del n.45 di Pass Magazine
di Alessandro Bonfante (vai all’articolo)

Il mondo della comunicazione è in continua evoluzione. Nuovi canali, nuove modalità e nuovi stili sono all’ordine del giorno.

Un professionista in questo campo deve sempre essere aggiornato e affrontare nuove sfide.

Abbiamo chiesto a un laureato dell’università di Verona, Nicola Albi dello Studio AEsse Communication, di raccontarci il suo percorso professionale.

Parlaci del tuo percorso scolastico-universitario e lavorativo

Il mio percorso universitario è iniziato nel 2010, quando mi sono iscritto al corso di laurea triennale di Scienze della Comunicazione, per terminare nel 2016 con la Magistrale in Editoria e Giornalismo.

Essendo uno studente lavoratore, classe 1967, devo dire di aver ripreso lo studio dopo vent’anni di professione. La mia ultima occupazione riguardava la gestione assicurativa e legale di una società che operava nel commercio di articoli per cartolibrerie e grande distribuzione.

Un’esperienza altamente formativa alla quale ho deciso di aggiungere più spessore. E devo dire che lo studio delle diverse materie presenti nei programmi di entrambi i corsi sono una base di partenza per ampliare quel bagaglio conoscitivo indispensabile ai nostri giorni.

Questa precisazione è importante in quanto mi ha portato a reinventarmi nel lavoro. Con mia moglie Sara, anche lei laureatasi in Editoria e Giornalismo dopo un percorso in campo bio-medico, abbiamo fondato in piccolo studio di consulenza in ambito digit&media.

Quali sono state le esperienze (di formazione, ma non solo) più significative per la tua attuale occupazione?

Un corso che mi è stato utile per entrare nel settore digitale è stato quello in Grafica e Design per la multimedialità tenuto dal Prof. Antonio Cioffi. Imparare a gestire un progetto, che parte della creazione di un sito web alla connessione dei moduli social, mi è servito per l’attuale professione.

Anche il periodo tirocino formativo con l’ufficio dell’Area di Comunicazione Integrata d’Ateneo dell’università di Verona, nel campo del web content, è stato un interessante momento di crescita.

Università vs. mondo del lavoro: che rapporto c’è?

L’università deve essere strumentale all’occupazione o dare una base teorica? Il ruolo dell’università è fondamentale per generare quella struttura conoscitiva di base che servirà poi nei specifici ambiti professionali. L’interscambio di progettualità tra l’ateneo e le aziende è importante perché “insieme” si cresce in un mondo sempre più competitivo.

Quali sono le maggiori difficoltà che deve affrontare chi vuole iniziare a lavorare nel campo della comunicazione? Un consiglio per superarle?

L’ambito della comunicazione è in continuo cambiamento perchè risente dei ritmi della tecnologia. Se guardiamo il modo di fare giornalismo è diverso da quello di un tempo ma l’approccio rimane ancorato agli assiomi fondamentali (Watzlawick docet!). Quindi tenersi aggiornati, frequentando corsi o eventi specifici, per apprendere le complicate dinamiche sociali e della Rete sono il fil rouge che ci permette di superare le difficoltà del mercato.

Descriviti in tre parole

Curioso, romantico e camminatore.
Penso che l’incipit ideale per cambiare sia presentarsi alla vita in maniera sempre diversa.

L’aspetto romantico riguarda il modo di essere in rapporto alle emozioni, vero motore esistenziale.

Infine la sintonia con la natura e con i suoi infiniti sentieri, immancabili momenti per meditare e conoscersi.

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