Rocco Schiavone, l’angelo caduto raccontato da Alessandro Carbone, Producer Rai Fiction

Rocco Schiavone, l’angelo caduto raccontato da Alessandro Carbone, Producer Rai Fiction

La quinta serie di Rocco Schiavone andrà in onda nell’autunno del 2022: le anticipazioni di Antonio Manzini alla Festa del Libro e della Lettura di Roma

Il pubblico televisivo non si è ancora stufato del Vicequestore di Aosta Rocco Schiavone. Anzi, la fiction con protagonista Marco Giallini è tra le più amate dal pubblico italiano, in onda su Rai2 dal 2016 con ascolti ottimi.

A distanza di poco più di 3 mesi dal finale della quarta stagione, Antonio Manzini, dai cui romanzi è stata tratta la serie, ha anticipato qualcosa sui prossimi episodi della serie tv prodotta da Rai Fiction. 

In occasione della presentazione del suo ultimo libro Vecchie conoscenze durante il La Festa del Libro e della Lettura di Roma, Antonio Manzini ha detto:

“Questo libro chiude tutta una serie di problematiche che si erano aperte nei libri precedenti e dal prossimo devo ricominciare da zero.”

E continua: “Dal nuovo romanzo saranno tratte tre nuove puntate con Marco Giallini, tre da questo libro e una quarta da un vecchio racconto in cui Rocco deve risolvere un caso su un treno, un Freccia Rossa. Si dovrebbero girare a febbraio prossimo per almeno 4 mesi per andare in onda nell’autunno 2022.”

In attesa di vedere nuovamente il nostro amato Rocco Schiavone nella quinta serie vi ripropongo la chiacchierata che nel 2016 (all’esordio di Rocco in TV) feci con Alessandro Carbone, amico e Producer di Rai Fiction.

Rocco Schiavone, l’angelo caduto che affascina i telespettatori

La serie televisiva del vicequestore Rocco Schiavone, iniziata il 9 novembre 2016 e prodotta da Rai Fiction e Cross Pruductions, sta riscuotendo un ampio successo di pubblico (13,90% di share con 3 milioni e 524 mila spettatori nella puntata del 23 novembre 2016, dati auditel).

Noi dello Studio AEsse Communication abbiamo pensato di intervistare Alessandro Carbone, amico e Producer di Rai Fiction, che ci rivela alcuni aspetti interessanti dello spigoloso Rocco.

Alessandro, spiegaci innanzitutto il tuo ruolo professionale nella produzione della serie televisiva dedicata a Rocco Schiavone. Serie tratta dai romanzi dello scrittore Antonio Manzini. 

carbone

Alessandro Carbone

Io e la mia collega Fania Petrocchi siamo i Producer della fiction per conto della Rai.

Il nostro compito è stato quello di coordinare lo sviluppo delle sceneggiature adattando al meglio i romanzi di Manzini, un compito non facile… ma la presenza dello scrittore nel team degli sceneggiatori è stata essenziale affinché il sapore delle storie venisse tradotto anche visivamente.

Finite le sceneggiature abbiamo seguito le riprese sul set affiancando da vicino la società di produzione Cross Productions che ne ha realizzato la produzione esecutiva.

E infine stiamo seguendo tuttora il lavoro di post produzione delle puntate che vanno in onda.


Hai qualche aneddoto o qualcosa di particolare da rivelarci?

Partire da una base letteraria così bella, così intensa e proveniente da un successo editoriale stratosferico ha reso il lavoro esaltante e allo stesso tempo ci ha posto davanti a una grande sfida: mantenere la straordinaria poesia e umanità che i romanzi contengono.

Il personaggio, interpretato dall’attore Marco Giallini, viene rappresentato come una figura complessa e combattuta sul piano psicologico. Scorbutico, saccente, cinico, Schiavone si avvicina, secondo te, più a Holmes di Doyle o a Maigret di Simenon?

A tutti loro e a nessuno di loro allo stesso tempo, direi che è impulsivo come Holmes e riflessivo come Maigret…

Insomma è romano: un concentrato di indolenza, sarcasmo e ‘tigna’.

E rispetto a queste figure letterarie ha un dolore più violento e profondo che lo tormenta e non gli dà pace. Rocco parla con sua moglie morta perché è vivo ed indelebile il suo ricordo nel cuore.

 

Rocco Schiavone

Rocco Schiavone ad Aosta

Lo svolgersi degli episodi contiene un fil rouge che contribuisce a tenere alta la tensione del noir?

Il filo rosso è la vita di Rocco. I gialli contenuti negli episodi sono viaggi ‘interiori’ dove conta più il percorso, la strada che si sceglie di fare piuttosto che la destinazione.

Trovare i colpevoli, o meglio, coloro che Schiavone ritiene i colpevoli è la sua ultima missione su questa terra prima di ricongiungersi con l’amata Marina.

Quanto emerge e quanto incide, nella serie, l’insofferenza di Schiavone verso la società che lo circonda?

Molto, perché Rocco filtra la vita attraverso le sue particolari lenti etiche, la sua personale visione della giustizia.

Le sue ‘rotture di coglioni’ sono punti fermi con cui misura il mondo e non è uno che lo dice tanto per dire, Rocco dice sempre la verità, non mente quasi mai e se mente è perché vuole mandare in galera qualcuno. E ci riesce sempre.

Pur con la consapevolezza che esiste sempre una certa differenza tra romanzo ispiratore e film, quanto, dei romanzi di Manzini, ritroviamo nella serie?

Moltissimo, perché Antonio Manzini firma con Maurizio Careddu le sceneggiature e quindi la fedeltà al personaggio e alle atmosfere è stata una priorità di tutti.

L’unica cosa a cui Antonio non aveva mai pensato è il volto di Rocco, per scelta, affinché ogni lettore potesse costruirsi il proprio Schiavone in libertà.

Invece noi avevamo l’obbligo di pensarlo e grazie alla stratosferica interpretazione di Marco Giallini e alla straordinaria regia di Michele Soavi, Rocco Schiavone ora ha carne, sangue, ossa e vaffa per tutti.

Ne esce così un personaggio che sa intuire soluzioni impensate agli enigmi criminali. I suoi difetti appaiono l’altra faccia della medaglia della pietà per i derelitti e del grande dolore che gli ha straziato il cuore (la morte della moglie Marina).

Rocco sembra essere, insomma, una specie di angelo caduto.

Grazie Alessandro per questo tuo racconto sincero sul nostro amato Rocco.

Attendiamo ora con ansia la trasposizione dell’ultimo romanzo di Antonio Manzini Vecchie Conoscenze, uscito in libreria a inizio del 2021.

Sarà, come sempre, un successo.

 

Articolo a cura di Sara Soliman
© 2016 AEsse Communication

Intervista rilasciata nel mese di ottobre 2016
Revisione luglio 2021
Immagine di copertina Ufficio Stampa RAI

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Reinventarsi con la coltivazione della lavanda: il racconto di Emanuela che, dopo 25 anni di bilanci e scadenze fiscali, sceglie il lavoro all’aria aperta

Reinventarsi con la coltivazione della lavanda: il racconto di Emanuela che, dopo 25 anni di bilanci e scadenze fiscali, sceglie il lavoro all’aria aperta

Sono in numero crescente i giovani che, dopo anni di lavoro in ufficio, vuoi per necessità o per dare una svolta alla loro vita, scelgono di lavorare a contatto con la natura.

Ho rivisto dopo qualche anno Emanuela, l’amica con la quale ho condiviso tutta la mia adolescenza, la compagna di banco quando il nostro destino sembrava chiaro e ci iscrivemmo a Ragioneria. 

Diplomate con ottimi risultati, mentre io scelsi da subito un’altra strada, lei divenne a breve ragioniere commercialista e iniziò a lavorare in un ufficio di commercialisti. Ed è rimasta per ben venticinque anni.

Poi la svolta. 

A 45 anni Emanuela, che vive in campagna con marito e figli, circondata da cavalli, cani, gatti, conigli (una piccola fattoria) decide che è ora di cambiare. 

Ho voluto cercare di capire (anche se in cuor mio ho sempre pensato che la vita d’ufficio non era il lavoro adatto a lei, appassionata di stelle e di poesia) e, parlandone, è nata l’idea di un’intervista.

Ti invito a leggerla fino in fondo!

olio essenziale biologico di lavanda

Coltivazione della lavanda per la produzione di olio essenziale biologico nell’Azienda Agricola Biologica Meneghelli Nicola a Bosco di Zevio (Verona). Foto di Emanuela Meneghelli


Parlami un po’ di te, come mai questa decisione professionale?

È stata una decisione sofferta, meditata e maturata nel corso degli ultimi 10 anni.

Determinanti sono state anche alcune difficoltà vissute in famiglia. Quando ci trova impotenti di fronte alla sofferenza di chi si ama, ci si mette in gioco totalmente.

Così, per poter avere più tempo a disposizione per i miei figli adottivi e in particolare per la piccola che soffriva nel vedermi andare via da casa per 8 ore e rimanere sola con papà e il fratello, ho cercato assieme a mio marito di capire quale fosse la soluzione più utile per tutti.

Non è stato facile ribaltare la mia vita e quella della mia famiglia e per di più all’età di 45 anni!

Tu hai sempre amato la natura. In questo modo la vivi in modo più concreto. Giusto?

Si, oltre alle necessità familiari, c’era infatti anche un altro motivo che mi spingeva al cambiamento: l’esigenza di dare al mio spirito lo spazio necessario per potersi librare, per immergersi e poi riemergere ricolmato di forza e pronto ancora a dare.

E la natura offriva e offre un habitat meraviglioso per la rinascita interiore.

Sono nata in campagna e sin da piccola ho sempre amato salire sulla punta del mio cedro altissimo e farmi cullare per ore dal vento leggero. Dà lì sono partiti i miei sogni, i miei progetti sul futuro e la passione per conoscere le piante e anche gli animali. 

olio biologico di lavanda

Campo coltivato a lavanda dell’Azienda  Agricola Biologica di Meneghelli Nicola per la produzione di olio biologico di lavandino a Bosco di Zevio (Verona). Foto di Emanuela Meneghelli

Insomma, una sorta di risveglio interiore.

Sì, guardando a ritroso la mia vita, vedo il prezioso ricamo intessuto fino ad ora dall’amore con cui ho sempre cercato di guidare la mia esistenza.

Mi piace pensarlo come una spirale dorata, simile ad una galassia o alla conchiglia del Nautilus, alla disposizione dei petali di una rosa o dei semi di un girasole; c’è infatti una perfezione racchiusa nella natura che mi chiama a vivere un risveglio interiore.

Tanta è la bellezza e l’armonia che scorgo nella natura, mentre cammino o lavoro nei campi! Vedo correre una lepre, danzare un fagiano, volteggiare un falco. Sento gracchiare un corvo e la ghiandaia, fischiettare il merlo, ridere un picchio…tutto questo mi inebria il cuore.

Considero ora la mia vita come una sorta di viaggio inverso, introspettivo, e trovo bellezza nel carpire il significato intimo e recondito che ogni vicenda assume nell’ambito del cuore.

Ho compreso che nulla di ciò che accade nella nostra vita è insensato.

Perché hai scelto la coltivazione della lavanda?

La lavanda è stata una scelta un po’ ragionata e un po’ dettata dal sogno. Da anni mi dilettavo nello studio delle erbe officinali e ne coltivavo molte di diversa specie sia nell’orto che in grandi vasi. 

La lavanda mi è sempre piaciuta, soprattutto la sua fragranza. E’ stato spontaneo e scontato decidere che fosse questa la prima pianta che avrei provato a coltivare.

Dopo aver ricercato tra le varie cultivar  (in orticoltura, nome con cui si indicano le varietà agrarie di una specie botanica) ho capito che per la tipologia di terreno a disposizione, quella che si adattava meglio di altre era un ibrido di lavanda, chiamato “Lavanda per Intermedia Grosso” o più comunemente Lavandino.

Per essere più sicura di questa scelta, e per non cadere vittima della moda del momento, ho visitato alcune piccole aziende in provincia di Trento e Brescia, per rendermi conto della fattibilità dell’idea.

Appurato che il progetto era realizzabile, abbiamo acquistato 600 piante all’inizio della primavera del 2018. La mia non è infatti una coltivazione intensiva, né mai diventerà tale.

Olio essenziale biologico di lavanda

Olio essenziale di lavanda appena distillato. Foto di Emanuela Meneghelli

È una coltivazione di tipo biologico?

Come preventivato, la produzione di olio essenziale, incrementata di anno in anno, supera ogni aspettativa e conferma la bontà della scelta.

Le piante sono rigogliose, forti, non necessitano di alcun trattamento chimico, né di grandi quantità di acqua.

Il loro profumo è inebriante, la fioritura cattura lo sguardo e lo sazia. La presenza di farfalle multicolori, api, bombi, coccinelle e tanti altri insetti satura l’aria di vita.

E poi c’è la ricchezza che la pianta racchiude in sé e dona: è simbolo di abbondanza.

L’essenza della lavanda dona pace. È distensiva e rilassante. Ma più di tutto mi ha colpito un semplice pensiero, elaborato in questi anni di osservazioni.

Quando la lavanda fiorisce, è tutto un brulicare di insetti. Avvicinarsi vuol dire mettere in preventivo di esser punti da una vespa o da un’ape. Tuttavia la lavanda stessa, quasi a volersi “scusare” per quello che noi pensiamo sia un inconveniente, offre in sé il rimedio per mitigare il fastidio delle punture. 

Quasi una funzione riparatoria, collaborativa e corresponsabile.

Questa mia interpretazione non vuole essere offensiva per la scienza, né tantomeno razionale, ma intende offrire uno squarcio sul legame che ritengo si possa instaurare con una pianta e riporta l’attenzione sulla necessità per l’uomo di riaffiancarsi alla natura, senza possederla.

Quali difficoltà hai incontrato per avviare l’attività?

In realtà, l’avvio dell’attività, dal punto di vista burocratico, non è stato difficile.

La scelta di lasciare il lavoro d’ufficio e di tornare alla campagna si è concretizzata nel diventare collaboratrice agricola dell’azienda biologica di produzione di mele e pere di mio fratello, che ha accolto la mia richiesta con la sua usuale bontà d’animo e disponibilità, appoggiando il mio piccolo progetto con interesse, considerandolo un passo avanti nella sua lotta a tutela della biodiversità.

Così è bastato comunicare agli enti preposti le necessarie variazioni.

Tuttavia, la difficoltà più grande è riuscire a far capire alle persone che, ad una produzione come la mia, dove tutto è fatto manualmente, bisogna saper dare il giusto valore.

Tutto è fatto con le mani, dall’estirpazione delle erbacce, alla raccolta dei fiori con le forbici, dalla distillazione in corrente di vapore con un distillatore di certo non industriale, al confezionamento del prodotto.

La necessità di trovare quindi un equilibrio tra competitività del prodotto e adeguato guadagno passa anche attraverso un messaggio di tipo diverso.

Chi è disponibile ad acquistare un olio essenziale così, è di solito attento anche ad altri aspetti: preferisce i prodotti biologici, è amante della natura, capace di scelte radicali su alimentazione e stile di vita.

La grande sfida è quindi riuscire a creare una rete di vendita consolidata, ma di nicchia, che ancora ci manca. 

Come vendete il vostro olio?

Fino ad ora, abbiamo promosso la vendita dell’olio e degli altri prodotti con il passaparola, grazie anche all’aiuto concreto degli amici. Abbiamo raccolto molte soddisfazioni, ma di certo non ci possiamo fermare qui.

Il difficile momento storico che tutti siamo costretti a vivere e che è segnato da questa pandemia non aiuta di certo: i mercatini sono preclusi e sembra che l’unica via possibile sia portare avanti un piccolo e-commerce.

Sono scelte divenute oramai improrogabili e che richiedono un ulteriore atto di coraggio.

Cosa produci oltre all’olio essenziale?

Quest’anno è stato un anno molto intenso. La produzione di olio essenziale di lavanda è stata abbondante e la qualità molto buona. 

All’olio essenziale abbiamo così deciso di affiancare dei sacchettini di lavanda essicata profuma biancheria con i fiori di lavanda messi ad essiccare e l’acqua floreale profumata o idrolato di lavandino.

Inoltre, appoggiando l’idea di una nostra cara amica, Paola, abbiamo fatto preparare delle saponette profumate alla lavanda da un saponificio artigianale, utilizzando il nostro olio essenziale.

Tutti questi prodotti sono stati molto apprezzati come confezioni regalo del periodo natalizio.

 
Nell'immagine i prodotti naturali che Emanuela vende: Olio essenziale biologico alla lavanda, idrolato di lavanda e sacchetti di lavanda essiccata. Contatta Emanuela (cell. 349 790 2782) per scegliere ciò che desideri.
Nell’immagine i prodotti naturali che Emanuela vende: Olio essenziale biologico alla lavanda, idrolato di lavanda e sacchetti di lavanda essiccata. Contatta Emanuela (cell. 349 790 2782) per scegliere ciò che desideri.

 

Hai intenzione di ampliare la tua attività ad altri prodotti?

L’intenzione è certamente quella di ampliare e produrre altre essenze. In questo 2021 vorrei provare a distillare menta, melissa e rosmarino.

Mi piacerebbe provare anche qualche tisana, magari utilizzando biancospino, sambuco e camomilla, che crescono liberamente per tutta la campagna.

I sacchettini di fiori profumati di lavanda, accolti da tutti con grande entusiasmo, hanno portato anche l’idea di un nuovo progetto.

Per sgranare le spighe essiccate abbiamo coinvolto, su richiesta di un’altra nostra amica, delle persone diversamente abili che ci hanno aiutato con molta disponibilità, donandoci due pomeriggi di grande divertimento.

Questa sinergia, sperimentata con molta consapevolezza, mi ha aperto la strada per portare avanti il progetto di “fattoria sociale”, già accarezzato un paio di anni fa, ma rimasto ancora sulla carta, un po’ per le difficoltà burocratiche, un po’per l’arrivo del Covid.

Spero di riuscire a concretizzare anche questa idea, che si allinea con l’apertura alla condivisione che da sempre io e mio marito Maurizio cerchiamo di vivere.

Ultima domanda, la più importante, sei felice?

Sto vivendo una rinascita. Si può chiamare felicità, ma anche crescente consapevolezza.

Per me ogni giorno è un salire un gradino in più e la difficoltà della salita è mitigata dalla sensazione di libertà.

La fatica di reinventarmi la vita a 45 anni è attenuata dalla serenità finalmente raggiunta.

Mi sono dovuta abituare al nuovo stile di vita, dove prevale il lavoro fisico su quello intellettualee.

E a dire il vero, la mia mente in questo periodo ha preso letteralmente il volo!

Sono in effetti immersa in questa co-crescita con tutto ciò che mi circonda, non esposta alla solitudine perché disposta ad interagire con ogni vivente, e non solo appartenente al genere umano.

Come raccontavo all’inizio, ho sempre amato contemplare l’intreccio dei rami offerto dal Deodara, cedro dell’Himalaya, posto nel giardino della casa dove ho vissuto la mia infanzia e che poi ho ripiantato in ogni casa da me abitata.

La forza trasmessa da questo albero, mi ritorna spesso alla mente e ne placa la tensione: l’angoscia offerta dalla sofferenza e la pace raggiunta nell’amore sono indissolubili, si intrecciano come quei rami: così mi sembra di poter guardare oggi alla mia vita.

Mio padre, nella sua giovinezza, ha scritto una breve poesia sulla felicità:

“Sul far della notte è l’ultima stella che guardi di scorcio, solo a voltarti riprende il suo giro.”

Mi piace pensare che c’è ben di più che essere felici, in questa vita.

Mi piace pensare che per afferrare con lo sguardo quell’ultima stella, è necessario coltivare la consapevolezza della sua possibile esistenza.

Grazie Emanuela, grazie per la tua disponibilità e soprattutto per il tuo insegnamento!

 

Sara Soliman

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Stefano Visonà presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà si inserisce, oramai, a pieno titolo nel panorama italiano del legal thriller.

Con l’antologia “In un battito di ciglia” si presenta al pubblico con una serie di racconti scritti e menzionati nei concorsi di numerosi Premi Letterari nazionali.

Con piacere lo abbiamo intervistato per cercare di carpire alcune particolarità del suo stile e della sua passione per la scrittura.

Ciao Stefano, in questa antologia sono raccolti il meglio di 10 anni di narrativa breve. Sei affezionato a qualche racconto in particolare?

Beh, sono affezionato a tutti a dire il vero. Ognuno ha rappresentato per me qualcosa di importante, sia per la fatica e il lavoro che vi ho dedicato, sia per quello che di me vi è finito dentro. Certo, ce ne sono alcuni magari venuti meglio di altri, ma… come posso scegliere?

Mi verrebbe da dire “Freddo”, il primo, visto che è quello che ha dato il via al mio percorso di scrittore.

Se non avesse vinto al primo colpo forse non sarei nemmeno qui. Però anche “Centosette” che attraverso un numero parla di dolore (e il tema del concorso era il vino…), o “Parole calibro .22”, che parte da una foto fatta a mio figlio che dorme rannicchiato.

E “Utopia a termine” no? E anche “Il bicchiere della staffa”, “Il fine ultimo dell’amore”, “Il segno di S.H.”, “Fan tutti il proprio dovere”, “Il destino dell’acqua”, “L’astronave è ripartita”, “Il colore del gioco”, “Il sorriso di Lucio”, “Paura d’amore”, “In un battito di ciglia”.

Ecco, vedi, è finita che li ho elencati tutti.

 

In  “Il segno di S.H.” delinei i personaggi che poi utilizzerai per il legal thriller “Non ti svegliare”. È un chiaro omaggio a Conan Doyle?

Sì, è un racconto scritto per un concorso indetto dalla rivista “Sherlock Holmes”. L’idea mi intrigava e poiché avevo già iniziato a lavorare alla trama di Non ti svegliare provai a delineare bene quelli che poi sarebbero diventati i due protagonisti del romanzo: l’avvocato Rubens Gatto e l’investigatore privato Celestino Maculan. 

Usai anche lo stesso luogo di ambientazione da cui sarebbe partita poi la narrazione di Non ti svegliare e la tecnica di scrittura a due livelli che avevo in mente per il romanzo.

Il bello del racconto è che nel testo c’è tutto un gioco di sottili riferimenti a Conan Doyle, piccole citazioni sparse come indizi… un enigma nell’enigma, per stare in tema.


Spiegaci la tecnica di scrittura a due livelli
.

La tecnica di per sé è molto semplice: raccontare la stessa storia da due punti di vista diversi o attraverso due piani temporali diversi.

Il difficile è farla venir bene, e non perdersi scrivendola (e non far perdere poi il lettore).

Il racconto citato prima ne è un esempio, tutto sommato semplice, la narrazione avviene alternativamente attraverso gli occhi di Rubens Gatto e un io narrante che lo vede arrivare sul luogo del delitto.

In Non ti svegliare e Dove io mai la tecnica è più raffinata e complessa, assumendo una profondità anche temporale.

 

“Fan tutti il proprio dovere” racconto tagliente e intenso dove sei riuscito a costruire un thriller su un tema importante. Parlacene brevemente.

Avevo letto di un concorso dove i vincitori sarebbero stati premiati al Salone del Libro di Torino. La cosa mi intrigò da subito, il Salone era per me una specie di mito assoluto, la Luna che guardi da bambino dalla tua cameretta e sogni di raggiungere un giorno da grande.

Oltretutto Non ti svegliare era ormai a buon punto e volevo iniziare a prendere contatto con il mondo dell’editoria.

Solo che il tema del concorso era “Donna d’impresa”, ma non è che mi “ispirasse” più di tanto. Scrivo bene quando il tema mi coinvolge, quando la storia mi trascina con sé e sento di avere qualcosa di mio da dire. Non avevo proprio niente da dire su una donna d’impresa.

Dopo giorni di vuoto decisi di usare come protagonista una donna-imprenditrice (in modo da rispettare formalmente il bando), ma prendere di petto un tema del tutto diverso: la violenza famigliare.

Ne è venuta fuori una storia che sbaragliò tutti e andai raggiante al mio primo Salone del Libro da autore.

 

Hai altri racconti in cantiere, o progetti futuri che riguardino la narrativa breve?

Dopo “Il Destino dell’Acqua” avevo deciso di chiudere con i concorsi e la narrativa breve e dedicarmi solo a romanzi “veri”.

I Premi Letterari sono un po’ fini a se stessi. Sono come pasticcini, ti deliziano per un attimo, ma non saziano.

E i racconti non interessano a nessuno, gli editori li snobbano, la gente magari li legge, ma non li considera “vera letteratura”.

Nonostante avessi deciso di smettere, ne ho scritti ancora, per riviste o antologie. D’altronde, il primo amore è difficile da scordare. Quindi, giuro, non ho più intenzione di scrivere racconti brevi, però…

 

Questi sono solo alcuni approfondimenti che ci possono aiutare a comprendere meglio la poliedrica personalità, di scrittura e caratteriale, di Stefano Visonà.

Noi dello Studio AEsse Communication ci promettiamo di rivederlo, in aprile 2018, al Festival Letterario e del Libro di Soave con il suo nuovo romanzo giallo “Dove io mai”.

Se ami il genere giallo-noir leggi anche: Il poliziesco di casa nostra: il Commissario Ambrosio di Renato Olivieri

 

Articolo a cura di Nicola Albi
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