Stefano Visonà presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà presenta la sua antologia del thriller-noir italiano

Stefano Visonà si inserisce, oramai, a pieno titolo nel panorama italiano del legal thriller.

Con l’antologia “In un battito di ciglia” si presenta al pubblico con una serie di racconti scritti e menzionati nei concorsi di numerosi Premi Letterari nazionali.

Con piacere lo abbiamo intervistato per cercare di carpire alcune particolarità del suo stile e della sua passione per la scrittura.

Ciao Stefano, in questa antologia sono raccolti il meglio di 10 anni di narrativa breve. Sei affezionato a qualche racconto in particolare?

Beh, sono affezionato a tutti a dire il vero. Ognuno ha rappresentato per me qualcosa di importante, sia per la fatica e il lavoro che vi ho dedicato, sia per quello che di me vi è finito dentro. Certo, ce ne sono alcuni magari venuti meglio di altri, ma… come posso scegliere?

Mi verrebbe da dire “Freddo”, il primo, visto che è quello che ha dato il via al mio percorso di scrittore.

Se non avesse vinto al primo colpo forse non sarei nemmeno qui. Però anche “Centosette” che attraverso un numero parla di dolore (e il tema del concorso era il vino…), o “Parole calibro .22”, che parte da una foto fatta a mio figlio che dorme rannicchiato.

E “Utopia a termine” no? E anche “Il bicchiere della staffa”, “Il fine ultimo dell’amore”, “Il segno di S.H.”, “Fan tutti il proprio dovere”, “Il destino dell’acqua”, “L’astronave è ripartita”, “Il colore del gioco”, “Il sorriso di Lucio”, “Paura d’amore”, “In un battito di ciglia”.

Ecco, vedi, è finita che li ho elencati tutti.

 

In  “Il segno di S.H.” delinei i personaggi che poi utilizzerai per il legal thriller “Non ti svegliare”. È un chiaro omaggio a Conan Doyle?

Sì, è un racconto scritto per un concorso indetto dalla rivista “Sherlock Holmes”. L’idea mi intrigava e poiché avevo già iniziato a lavorare alla trama di Non ti svegliare provai a delineare bene quelli che poi sarebbero diventati i due protagonisti del romanzo: l’avvocato Rubens Gatto e l’investigatore privato Celestino Maculan. 

Usai anche lo stesso luogo di ambientazione da cui sarebbe partita poi la narrazione di Non ti svegliare e la tecnica di scrittura a due livelli che avevo in mente per il romanzo.

Il bello del racconto è che nel testo c’è tutto un gioco di sottili riferimenti a Conan Doyle, piccole citazioni sparse come indizi… un enigma nell’enigma, per stare in tema.


Spiegaci la tecnica di scrittura a due livelli
.

La tecnica di per sé è molto semplice: raccontare la stessa storia da due punti di vista diversi o attraverso due piani temporali diversi.

Il difficile è farla venir bene, e non perdersi scrivendola (e non far perdere poi il lettore).

Il racconto citato prima ne è un esempio, tutto sommato semplice, la narrazione avviene alternativamente attraverso gli occhi di Rubens Gatto e un io narrante che lo vede arrivare sul luogo del delitto.

In Non ti svegliare e Dove io mai la tecnica è più raffinata e complessa, assumendo una profondità anche temporale.

 

“Fan tutti il proprio dovere” racconto tagliente e intenso dove sei riuscito a costruire un thriller su un tema importante. Parlacene brevemente.

Avevo letto di un concorso dove i vincitori sarebbero stati premiati al Salone del Libro di Torino. La cosa mi intrigò da subito, il Salone era per me una specie di mito assoluto, la Luna che guardi da bambino dalla tua cameretta e sogni di raggiungere un giorno da grande.

Oltretutto Non ti svegliare era ormai a buon punto e volevo iniziare a prendere contatto con il mondo dell’editoria.

Solo che il tema del concorso era “Donna d’impresa”, ma non è che mi “ispirasse” più di tanto. Scrivo bene quando il tema mi coinvolge, quando la storia mi trascina con sé e sento di avere qualcosa di mio da dire. Non avevo proprio niente da dire su una donna d’impresa.

Dopo giorni di vuoto decisi di usare come protagonista una donna-imprenditrice (in modo da rispettare formalmente il bando), ma prendere di petto un tema del tutto diverso: la violenza famigliare.

Ne è venuta fuori una storia che sbaragliò tutti e andai raggiante al mio primo Salone del Libro da autore.

 

Hai altri racconti in cantiere, o progetti futuri che riguardino la narrativa breve?

Dopo “Il Destino dell’Acqua” avevo deciso di chiudere con i concorsi e la narrativa breve e dedicarmi solo a romanzi “veri”.

I Premi Letterari sono un po’ fini a se stessi. Sono come pasticcini, ti deliziano per un attimo, ma non saziano.

E i racconti non interessano a nessuno, gli editori li snobbano, la gente magari li legge, ma non li considera “vera letteratura”.

Nonostante avessi deciso di smettere, ne ho scritti ancora, per riviste o antologie. D’altronde, il primo amore è difficile da scordare. Quindi, giuro, non ho più intenzione di scrivere racconti brevi, però…

 

Questi sono solo alcuni approfondimenti che ci possono aiutare a comprendere meglio la poliedrica personalità, di scrittura e caratteriale, di Stefano Visonà.

Noi dello Studio AEsse Communication ci promettiamo di rivederlo, in aprile 2018, al Festival Letterario e del Libro di Soave con il suo nuovo romanzo giallo “Dove io mai”.

Se ami il genere giallo-noir leggi anche: Il poliziesco di casa nostra: il Commissario Ambrosio di Renato Olivieri

 

Articolo a cura di Nicola Albi
AEsse Communication

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Rocco Schiavone raccontato da Alessandro Carbone, Producer Rai Fiction

Rocco Schiavone raccontato da Alessandro Carbone, Producer Rai Fiction

L’angelo caduto che ammalia i telespettatori


La serie televisiva del vicequestore Rocco Schiavone, iniziata il 9 novembre e prodotta da Rai Fiction e Cross Pruductions, sta riscuotendo un ampio successo di pubblico (13,90% di share con 3 milioni e 524 mila spettatori nella puntata del 23 novembre, dati auditel).

Noi dello Studio AEsse Communication abbiamo pensato di intervistare Alessandro Carbone, Producer di Rai Fiction, che ci rivela alcuni aspetti interessanti dello spigoloso Rocco.

Dott. Carbone ci spieghi il suo ruolo professionale svolto nella produzione della serie televisiva dedicata a Rocco Schiavone – La Serie, tratta dai romanzi dello scrittore Antonio Manzini. 

carbone

Alessandro Carbone

Io, insieme alla mia collega Fania Petrocchi, ne sono il Producer per conto della Rai.

Il nostro compito è stato quello di coordinare lo sviluppo delle sceneggiature adattando al meglio i romanzi di Manzini, un compito non facile… ma la presenza dello scrittore nel team degli sceneggiatori è stata essenziale affinché il sapore delle storie venisse tradotto anche visivamente.

Finite le sceneggiature abbiamo seguito le riprese sul set affiancando da vicino la società di produzione Cross Productions che ne ha realizzato la produzione esecutiva.

E infine stiamo seguendo tuttora il lavoro di post produzione delle puntate che vanno in onda.


Ha qualche aneddoto particolare da rivelarci?

Partire da una base letteraria così bella, così intensa e proveniente da un successo editoriale stratosferico ha reso il lavoro esaltante e allo stesso tempo ci ha posto davanti a una grande sfida: mantenere la straordinaria poesia e umanità che i romanzi contengono.

Il personaggio, interpretato dall’attore Marco Giallini, viene rappresentato come una figura complessa e combattuta sul piano psicologico. Scorbutico, saccente, cinico, Schiavone si avvicina, secondo Lei, più a Holmes di Doyle o a Maigret di Simenon?

A tutti loro e a nessuno di loro allo stesso tempo, è impulsivo come Holmes e riflessivo come Maigret…

Insomma è romano: un concentrato di indolenza, sarcasmo e ‘tigna’.

E rispetto a queste figure letterarie ha un dolore più violento e profondo che lo tormenta e non gli dà pace.

Rocco parla con sua moglie morta perché è vivo ed indelebile il suo ricordo nel cuore.

Lo svolgersi degli episodi è equilibrata e contiene, a Suo avviso, un fil rouge che contribuisce a tenere alta la tensione del noir?

Il filo rosso è la vita di Rocco. I gialli contenuti negli episodi sono viaggi ‘interiori’ dove conta più il percorso, la strada che si sceglie di fare piuttosto che la destinazione.

Trovare i colpevoli, o meglio, coloro che Schiavone ritiene i colpevoli è la sua ultima missione su questa terra prima di ricongiungersi con l’amata Marina.

Quanto emerge e quanto incide, nella serie, l’insofferenza di Schiavone verso la società che lo circonda?

Molto perché Rocco filtra la vita attraverso le sue particolari lenti etiche, la sua personale visione della giustizia.

Le sue ‘rotture di coglioni’ sono punti fermi con cui misura il mondo e non è uno che lo dice tanto per dire, Rocco dice sempre la verità non mente quasi mai e se mente è perché vuole buttare in galera qualcuno. E ci riesce sempre.

Pur con la consapevolezza che esiste sempre una certa differenza tra romanzo ispiratore e film, quanto, dei romanzi di Manzini, ritroviamo nella serie?

Moltissimo, perché Antonio Manzini firma con Maurizio Careddu le sceneggiature e quindi la fedeltà al personaggio e alle atmosfere è stata una priorità di tutti.

L’unica cosa a cui Antonio non aveva mai pensato è il volto di Rocco, per scelta, affinché ogni lettore potesse costruirsi il proprio Schiavone in libertà.

Noi avevamo l’obbligo di pensarlo invece e grazie alla stratosferica interpretazione di Marco Giallini e alla straordinaria regia di Michele Soavi, Rocco Schiavone ora ha carne, sangue, ossa e vaffa per tutti.

Ne esce così un personaggio che sa intuire soluzioni impensate agli enigmi criminali. I suoi difetti appaiono l’altra faccia della medaglia della pietà per i derelitti e del grande dolore che gli ha straziato il cuore (la morte della moglie Marina).

Rocco sembra essere, insomma, una specie di angelo caduto.

 

Articolo a cura di Sara Soliman
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