Quali libri leggere per migliorare la propria scrittura?

Quali libri leggere per migliorare la propria scrittura?

Scrivi sul tuo blog ma non hai ancora trovato il tuo tone of voice?
Se sei alla ricerca di libri utili per imparare a scrivere bene sul web questo approfondimento fa per te

Vuoi migliorare la tua scrittura?

Se stai leggendo questo post probabilmente scrivi su un blog e vorresti anche tu riuscire a catturare l’interesse del lettore e tenerlo incollato fino alla fine del tuo scritto. Sai bene che non è semplice scrivere sul web e che saper scrivere non basta.

Ci sono passata anch’io, anzi, a imparare a scrivere bene non si finisce mai. Leggere aiuta molto e sono tanti i libri che insegnano a migliorarsi.

Ho fatto una lista di libri a tema scritturaprofessionale e creativa. Sono tutti libri che he ho trovato molto utili nel mio lavoro di copywriting e li ho riuniti allo scopo di creare una piccola guida interessante anche per te, che vuoi imparare a scrivere bene.

Prima di tutto ti lascio alcuni consigli: sono le basi da cui partire per farsi leggere online.

Poi parleremo di libri.

Come scrivere bene: da dove iniziare

Prima di parlare di libri vorrei che fossero chiari alcuni concetti importanti per scrivere bene:

  1. Per scrivere è importante prima di tutto leggere tanto: serve per imparare la buona scrittura e per conoscere nuovi vocaboli. Inoltre anche la scrittura, come il web e i social, è in continua evoluzione.
    Leggi, leggi molto e resta aggiornato, anche su argomenti di attualità.
    Leggi tutto quello che ti piace, non solo testi di lavoro o sulla comunicazione: dai romanzi ai fumetti, dalle biografie ai saggi: il tuo stile si formerà assorbendo gli stili degli autori che ami di più e che ti entrano dentro.
  2. Mentre scrivi pensa al tuo destinatario: usa il tono di voce appropriato e fermati a immaginare l’effetto delle parole che hai scelto.
  3. Scegli parole semplici e concrete, parole che stimolano la visualizzazione e aiutano a immaginare ciò di cui stai parlando.
    Cerca di scrivere frasi brevi, o almeno alterna frasi brevi e lunghe, l’importante è poi eliminare tutto quello che è in più e valorizzare ciò che è essenziale.
  4. Dai la giusta importanza a spazi e interlinee: nel web il muro di testo non appassiona nessuno, anzi, invita ad abbandonare la pagina.
    Per approfondire leggi il mio articolo Copywriting: leggibilità, forma del testo e SEO
  5. Scrivi in modo empatico, cercando cioè di coinvolgere il tuo lettore, di dialogare con lui e di capire cosa va cercando.
    Ma non solo: impara a metterti nei suoi panni, di comprenderne le ragioni, le emozioni, i bisogni, i timori.
    Esattamente l’opposto dello stile accademico e impersonale.

Ricorda inoltre che la scrittura di testi per il web richiede fantasia, ma anche tecnica e capacità di scrivere guardando al risultato.

Per scrivere bene imparate a nuotare: lezioni di scrittura di Giuseppe Pontiggia

Questo è il primo libro da leggere per imparare a destreggiarsi tra tecnica e personalità, per aspiranti scrittori della carta ma anche del web.

“Per scrivere bene imparate a nuotare” è una raccolta di lezioni di scrittura pubblicate a metà degli anni Novanta su due riviste (Wimbledon e Sette) e riunite a cura di Cristiana De Santis, docente di Linguistica italiana all’Università di Bologna.

Le lezioni sono di Giuseppe Pontiggia (1934-2003), curatore editoriale, docente e scrittore di romanzi, articoli e saggi, alcuni dei quali dedicati proprio alla scrittura. A lui si deve l’apertura della prima scuola di scrittura italiana, nel 1985.

Secondo Pontiggia “scrivere è prima di tutto consapevolezza dei propri strumenti: come avviene per un artigiano che lavora nel suo laboratorio, si devono conoscere i ferri del mestiere e si deve imparare come usarli. Senza questa coscienza ci si trova come colui che non sa nuotare e che muove braccia e gambe in modo convulso e inconsapevole, non riuscendo a stare a galla.”

Il libro contiene trentatré conversazioni in cui l’autore, in forma di intervista, affronta i molti aspetti della scrittura espressiva a cui si aggiungono altre quattro lezioni, “per addetti ai lavori ma non solo”.

 

 

Alla domanda se scrittori si nasce o si diventa, Pontiggia ha risposto:

Quanto all’annoso quesito, se scrittori si nasce o si diventa, risponderò che linguisticamente è privo di senso. Non ho mai conosciuto nessuno che sia «nato» scrittore. Ho conosciuto alcuni che lo sono diventati dopo un tirocinio molto duro, fatto di tentativi, scacchi, fallimenti, provvisorie esultanze e ricorrenti depressioni.

Ecco, scrivere non è semplice per nessuno ma, se lo si desidera, si impara. E scrittori si diventa.

Libri da leggere per scrivere bene

Eccoci arrivati all’elenco di libri. Ho riunito libri sul copywriting, libri di storytelling, libri di scrittura creativa e saggi: tutti testi che ho trovato utili per mia professione di copywriter e blogger.

Iniziamo con alcuni manuali di scrittura e sintassi, ricchi di consigli tecnici e pratici, scritti dalle migliori copywriter italiane:

  • La parola immaginata. Teoria, tecnica e pratica del lavoro del copywriter, Annamaria Testa, il Saggiatore;
  • Il mestiere di scrivere. Le parole al lavoro tra carta e web, Luisa Carrada, Maggioli Editore;
  • Paroline e paroloni, Luisa Carrada, Zanichelli Editore;
  • Struttura&Sintassi, Luisa Carrada, Zanichelli Editore.

Un e-book di Henneke Duinstermack, maestra indiscussa dei copywriting coinvolgente ed empatico:

Aggiungerei altri due testi molto interessanti per conoscere le dinamiche che sottostanno ai processi decisionali e ai comportamenti dell’essere umano. Sono informazioni che aiutano a scrivere testi convincenti.

Dei grandi maestri ti consiglio:

  • Come un romanzo, di Daniel Pennac.
  • Pronto soccorso per scrittori esordienti, di Jack London.
  • Scrittura creativa (I quaderni Fandango), di John Gillard.
  • La prima frase è sempre la più difficile, di Wisława Szymborska.

 

Sul tema potresti leggere anche:


Spero tu abbia trovato, in questo elenco, qualche libro che stimola la tua curiosità. 
Mi piacerebbe sapere se ne hai letto qualcuno o se hai altri titoli da consigliare: se ti va puoi scrivermi nel box qui sotto!

Sara Soliman

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Rocco Schiavone, l’angelo caduto raccontato da Alessandro Carbone, Producer Rai Fiction

Rocco Schiavone, l’angelo caduto raccontato da Alessandro Carbone, Producer Rai Fiction

La quinta serie di Rocco Schiavone andrà in onda nell’autunno del 2022: le anticipazioni di Antonio Manzini alla Festa del Libro e della Lettura di Roma

Il pubblico televisivo non si è ancora stufato del Vicequestore di Aosta Rocco Schiavone. Anzi, la fiction con protagonista Marco Giallini è tra le più amate dal pubblico italiano, in onda su Rai2 dal 2016 con ascolti ottimi.

A distanza di poco più di 3 mesi dal finale della quarta stagione, Antonio Manzini, dai cui romanzi è stata tratta la serie, ha anticipato qualcosa sui prossimi episodi della serie tv prodotta da Rai Fiction. 

In occasione della presentazione del suo ultimo libro Vecchie conoscenze durante il La Festa del Libro e della Lettura di Roma, Antonio Manzini ha detto:

“Questo libro chiude tutta una serie di problematiche che si erano aperte nei libri precedenti e dal prossimo devo ricominciare da zero.”

E continua: “Dal nuovo romanzo saranno tratte tre nuove puntate con Marco Giallini, tre da questo libro e una quarta da un vecchio racconto in cui Rocco deve risolvere un caso su un treno, un Freccia Rossa. Si dovrebbero girare a febbraio prossimo per almeno 4 mesi per andare in onda nell’autunno 2022.”

In attesa di vedere nuovamente il nostro amato Rocco Schiavone nella quinta serie vi ripropongo la chiacchierata che nel 2016 (all’esordio di Rocco in TV) feci con Alessandro Carbone, amico e Producer di Rai Fiction.

Rocco Schiavone, l’angelo caduto che affascina i telespettatori

La serie televisiva del vicequestore Rocco Schiavone, iniziata il 9 novembre 2016 e prodotta da Rai Fiction e Cross Pruductions, sta riscuotendo un ampio successo di pubblico (13,90% di share con 3 milioni e 524 mila spettatori nella puntata del 23 novembre 2016, dati auditel).

Noi dello Studio AEsse Communication abbiamo pensato di intervistare Alessandro Carbone, amico e Producer di Rai Fiction, che ci rivela alcuni aspetti interessanti dello spigoloso Rocco.

Alessandro, spiegaci innanzitutto il tuo ruolo professionale nella produzione della serie televisiva dedicata a Rocco Schiavone. Serie tratta dai romanzi dello scrittore Antonio Manzini. 

carbone

Alessandro Carbone

Io e la mia collega Fania Petrocchi siamo i Producer della fiction per conto della Rai.

Il nostro compito è stato quello di coordinare lo sviluppo delle sceneggiature adattando al meglio i romanzi di Manzini, un compito non facile… ma la presenza dello scrittore nel team degli sceneggiatori è stata essenziale affinché il sapore delle storie venisse tradotto anche visivamente.

Finite le sceneggiature abbiamo seguito le riprese sul set affiancando da vicino la società di produzione Cross Productions che ne ha realizzato la produzione esecutiva.

E infine stiamo seguendo tuttora il lavoro di post produzione delle puntate che vanno in onda.


Hai qualche aneddoto o qualcosa di particolare da rivelarci?

Partire da una base letteraria così bella, così intensa e proveniente da un successo editoriale stratosferico ha reso il lavoro esaltante e allo stesso tempo ci ha posto davanti a una grande sfida: mantenere la straordinaria poesia e umanità che i romanzi contengono.

Il personaggio, interpretato dall’attore Marco Giallini, viene rappresentato come una figura complessa e combattuta sul piano psicologico. Scorbutico, saccente, cinico, Schiavone si avvicina, secondo te, più a Holmes di Doyle o a Maigret di Simenon?

A tutti loro e a nessuno di loro allo stesso tempo, direi che è impulsivo come Holmes e riflessivo come Maigret…

Insomma è romano: un concentrato di indolenza, sarcasmo e ‘tigna’.

E rispetto a queste figure letterarie ha un dolore più violento e profondo che lo tormenta e non gli dà pace. Rocco parla con sua moglie morta perché è vivo ed indelebile il suo ricordo nel cuore.

 

Rocco Schiavone

Rocco Schiavone ad Aosta

Lo svolgersi degli episodi contiene un fil rouge che contribuisce a tenere alta la tensione del noir?

Il filo rosso è la vita di Rocco. I gialli contenuti negli episodi sono viaggi ‘interiori’ dove conta più il percorso, la strada che si sceglie di fare piuttosto che la destinazione.

Trovare i colpevoli, o meglio, coloro che Schiavone ritiene i colpevoli è la sua ultima missione su questa terra prima di ricongiungersi con l’amata Marina.

Quanto emerge e quanto incide, nella serie, l’insofferenza di Schiavone verso la società che lo circonda?

Molto, perché Rocco filtra la vita attraverso le sue particolari lenti etiche, la sua personale visione della giustizia.

Le sue ‘rotture di coglioni’ sono punti fermi con cui misura il mondo e non è uno che lo dice tanto per dire, Rocco dice sempre la verità, non mente quasi mai e se mente è perché vuole mandare in galera qualcuno. E ci riesce sempre.

Pur con la consapevolezza che esiste sempre una certa differenza tra romanzo ispiratore e film, quanto, dei romanzi di Manzini, ritroviamo nella serie?

Moltissimo, perché Antonio Manzini firma con Maurizio Careddu le sceneggiature e quindi la fedeltà al personaggio e alle atmosfere è stata una priorità di tutti.

L’unica cosa a cui Antonio non aveva mai pensato è il volto di Rocco, per scelta, affinché ogni lettore potesse costruirsi il proprio Schiavone in libertà.

Invece noi avevamo l’obbligo di pensarlo e grazie alla stratosferica interpretazione di Marco Giallini e alla straordinaria regia di Michele Soavi, Rocco Schiavone ora ha carne, sangue, ossa e vaffa per tutti.

Ne esce così un personaggio che sa intuire soluzioni impensate agli enigmi criminali. I suoi difetti appaiono l’altra faccia della medaglia della pietà per i derelitti e del grande dolore che gli ha straziato il cuore (la morte della moglie Marina).

Rocco sembra essere, insomma, una specie di angelo caduto.

Grazie Alessandro per questo tuo racconto sincero sul nostro amato Rocco.

Attendiamo ora con ansia la trasposizione dell’ultimo romanzo di Antonio Manzini Vecchie Conoscenze, uscito in libreria a inizio del 2021.

Sarà, come sempre, un successo.

 

Articolo a cura di Sara Soliman
© 2016 AEsse Communication

Intervista rilasciata nel mese di ottobre 2016
Revisione luglio 2021
Immagine di copertina Ufficio Stampa RAI

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Le 40 regole di scrittura di Umberto Eco per scrivere bene in italiano

Le 40 regole di scrittura di Umberto Eco per scrivere bene in italiano

Dalle Bustine di Minerva una lezione linguistica senza tempo per la letteratura ma anche per scrivere sul web

Umberto Eco ha pubblicato, nella sua famosissima rubrica de l’Espresso “La bustina di Minerva”, le celebri 40 regole di scrittura, conosciute da tutti coloro che si occupano di scrittura e di letteratura.

Si tratta di 40 regole per scrivere bene in italiano, alcune riguardano la sintassi della frase, altre l’aspetto grammaticale e altre ancora l’utilizzo dei termini corretti, ma tutte vengono presentate in modo particolare: ogni regola viene spiegata infrangendo la regola stessa.

“La bustina di Minerva” è la rubrica che Eco iniziò a scrivere nel marzo del 1985 e che seguì con regolarità settimanale sino al marzo 1998 quando è diventata quindicinale, e poi fino alla sua morte (2016).

Proviamo a pensare a come scriviamo oggi nei blog e nei social: questa famosa lista ci torna utile per migliorare la nostra scrittura con l’obiettivo di scrivere in modo chiaro e comprensibile per il lettore.

 

Le 40 regole di scrittura di Umberto Eco

Veniamo alle famose 40 regole di Umberto Eco per scrivere bene in italiano. Puoi trovare i termini di uso poco comune nel glossario a fine articolo.
Eccole:

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu. ”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

 

Regole di scrittura

Umberto Eco nella sua casa. Fonte dell’immagine: wikimedia.org

 

Sono divertenti, non trovi? Ma come utilizzare oggi queste regole di scrittura?

Il mio consiglio è quello di non prenderle come una lista da rispettare alla lettera ma di conoscerle e farle tue, riflettendo sul tuo modo di scrivere.

Sicuramente vanno considerate un esperimento letterario ben riuscito da cui prendere esempio di stile e ironia.

Trasgredire non è detto che sia un errore, anzi, come ha scritto Eco:

“Allenarsi a rischiare errori, con la speranza che alcuni siano fecondi. […] Certe volte temo che chi non scopre mai niente sia colui che parla solo quando è sicuro di aver ragione. È mica vero quel che ci raccomandavano i genitori: “Prima di parlare pensa!”. Pensa, certo, ma pensa anche ad altro. Le idee migliori vengono per caso. Per questo, se sono buone, non sono mai del tutto tue.”

 

La bustina di Minerva: libro e origini del titolo

Nel 2000 Bompiani, storico editore di Eco, raccolse alcune delle migliori “bustine” pubblicate fino ad allora sul settimanale e ne fece un libro intitolato, appunto, La bustina di Minerva.

Nel libro Eco spazia da riflessioni sul mondo contemporaneo alla società italiana, dalla stampa al destino del libro all’epoca di Internet, sino ad alcune caute previsioni sul terzo Millennio e a una serie di raccontini o “divertimenti”.

Come spiegò nella prima delle sue “bustine” (pubblicata il 31 marzo del 1985) lo stesso Umberto Eco, leggendo il nome Minerva si potrebbe pensare alla dea della sapienza. 

Lui si ispirò invece, per il titolo della sua rubrica, alla confezione di cartone dei fiammiferi Minerva, sul cui lembo interno molti fumatori avevano l’abitudine di prendere note e appunti.

Eco stesso infatti ricorda che:

“Valentino Bompiani scriveva (e forse scrive ancora) le idee che gli passavano per la testa sul retro delle scatole di raffinatissime sigarette turche. Credo conservi migliaia di ritagli di scatole nei suoi archivi, e molte delle sue iniziative editoriali sono cominciate così. Dal numero delle schede accumulate felicemente, direi che il fumo non fa male.”

 

Origine delle 40 regole di scrittura

Sembra proprio che, anche se la stesura di questi quaranta consigli sia frutto dell’intelletto linguistico e dell’ironia di Umberto Eco, le regole in sé non siano frutto della sua penna. 

Si tratta di un elenco tratto da alcuni manuali di scrittura della tradizione anglosassone che, in questo modo, vengono un po’ presi in giro, mentre le regole stesse vengono rese gioco umoristico e linguistico.

Dobbiamo sicuramente a Umberto Eco il fatto di averle riprese e diffuse con ironia nel nostro paese.


Glossario

Allitterazione: formulazione che consiste ripetizione, spontanea o ricercata (per finalità stilistiche o come aiuto mnemonico), di un suono o di una serie di suoni, acusticamente uguali o simili, all’inizio di due o più vocaboli successivi.

Lilote: figura retorica che si ottiene mediante la negazione del contrario (ad esempio: risultato non cattivo per dire buono).

Metafora: figura retorica che consiste nella sostituzione di un termine proprio con uno figurato, in seguito a una trasposizione simbolica di immagini (ad esempio: sei un leone).

Preterizioni: figura retorica che consiste nell’affermare di voler tacere qualcosa di cui tuttavia si parla o comunque si fa cenno (ad esempio: meglio non parlare di…)

Sara Soliman

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Scrivere con leggerezza: una lezione da Italo Calvino per il copywriter

Scrivere con leggerezza: una lezione da Italo Calvino per il copywriter

Italo Calvino ci lascia una lezione di stile senza tempo, che è anche gioia per mente e cuore 

Riordinando la libreria, qualche giorno fa mi sono ritrovata a sfogliare il noto testo di Italo Calvino “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”, libro che ho letto e riletto e che contiene importanti lezioni per il copywriter.

Il libro raccoglie i manoscritti preparatori delle sei lezioni che Calvino avrebbe dovuto tenere alla Harvard University, in occasione delle Charles Eliot Norton Poetry Lectures dell’anno accademico 1985-1986.

Purtroppo se ne andò prima di salire sulla prestigiosa cattedra e dobbiamo ringraziare la moglie Esther se possiamo leggere oggi il dattiloscritto originale, dove sono presenti però solo 5 delle 6 lezioni programmate: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità.

Dell’ultima lezione sappiamo solo che avrebbe dovuto intitolarsi Coerenza.

Sei lezioni che fanno capo ad altrettanti concetti cardine della buona scrittura. Sei lezioni di stile senza tempo, che sono gioia per mente e cuore.

Parliamo allora della leggerezza, prima lezione e primo capitolo del libro, che ho sottolineato quasi per intero, tanti sono gli spunti di riflessione che hanno arricchito la mia sensibilità di lettrice prima e di copywriter poi.

Seguimi e vediamo insieme qualche consiglio su come “scrivere con leggerezza”.

La leggerezza per Italo Calvino: il valore della buona scrittura

Nel 1985 Calvino ci spiega  “perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto”.

Questo significa che trent’anni fa la sottrazione di peso (o meglio, pesantezza delle parole) non era per nulla amata in letteratura e che Calvino era abbastanza avanti da capire l’assurdità di una tale visione ristretta e intrisa di pregiudizi.

Non che oggi le cose siano cambiate molto, dal momento che la leggerezza in letteratura viene spesso additata come superficialità, pressapochismo e, soprattutto, incompetenza.

Ma cosa intendeva Calvino per leggerezza?

Leggendo le prime pagine colpiscono le riflessioni e le citazioni di alcuni tra i più grandi scrittori di tutti i tempi quali esempi di “leggerezza”: da Ovidio a Montale, da Kundera a Dante.

Più avanti leggiamo:

“Spero innanzitutto d’aver dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza.”

Anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca, le cui parole, per Calvino:

“si attaccano subìto alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle.”

Insomma, lo scrittore sembra volerci dire: il peso non è un nemico da combattere, la pesantezza lo è.

La pesantezza si forma con l’uso di parole aspecifiche e generalistiche. Sono quelle parole che non aggiungono nulla al testo e anzi, lo rendono pesante.

Sono parole pesanti (o opache) le parole parole astratte, che uccidono la vivezza del testo e che spesso possono essere eliminate senza cambiare il significato alla frase (alcuni esempi: contestualizzazione, approccio, carattere, sul piano, ecc.)

Possiamo trovare la pesantezza anche nei tecnicismi, facilmente sostituibili con parole di più facile comprensione per il lettore.

Scrivere con leggerezza: parole precise e punteggiatura

La leggerezza a cui aspiriamo mentre scriviamo non sarà mai sinonimo di frivolezza, sottolinea Calvino.

Cercare di scrivere “con leggerezza” vuol dire molte cose: scrivere con precisione e determinazione, mescolare malinconia e humor, ma anche allontanarsi dalla vaghezza (parole che indicano vaghezza: come, quasi, pressoché, e via dicendo) della scrittura generalista.

E poi vuol dire anche alleggerire il linguaggio con un’astrazione del ragionamento e con la costruzione di immagini evocative e simboliche perché, come mi piace ricordare, mentre noi scriviamo chi legge vede immagini.

Scrivere con leggerezza significa utilizzare parole che informano, che descrivono, che sussurrano, che trasmettono emozioni.

Anche curare la punteggiatura ci aiuta a rendere i testi più leggeri: oltre a conferire ritmo al testo, la punteggiatura ci permette infatti di fare respirare il testo.

Niente di facile, è vero, ma si tratta sicuramente di un vero passo in avanti per la qualità della buona scrittura.

In fin dei conti, come abbiamo visto, la leggerezza ha radici profonde.

Paul Valéry ha scritto:

“Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume”.

Hai letto anche tu il libro “Lezioni Americane” di Italo Calvino?
Mi piacerebbe sapere se condividi il suo pensiero sulla leggerezza della buona scrittura.

Se vuoi lasciami un messaggio nel box qui sotto!

 

Potresti leggere anche:

Foto di copertina: Coley Christine per Unsplash

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Esercizi di Stile di Raymond Queneau: come arrivare al lettore con il giusto stile. Una lezione per il copywriter

Esercizi di Stile di Raymond Queneau: come arrivare al lettore con il giusto stile. Una lezione per il copywriter

Un testo, quello di Queneau, che ci dimostra l’importanza della fantasia e dello stile. E che non può mancare nella biblioteca del copywriter

Gli Esercizi di stile di Queneau, pur essendo uno scritto un po’ datato (è del 1947) resta ancora oggi una lettura obbligata per chiunque ami la scrittura e per chiunque si occupi di scrittura professionale e di copywriting.

Nel testo un singolo episodio viene descritto in ben 99 versioni linguisticamente e stilisticamente diverse, mostrandoci le infinite possibilità del linguaggio.

Un libro così atipico, e da tutti lodato, non poteva che incuriosirmi.

La storia è semplice (banale, scriverà in nota lo stesso Queneau): il narratore nota sull’autobus un giovane, dal collo lungo e dal cappello decorato con una specie di treccia di corda al posto del nastro.

Il giovane ha prima un battibecco con un altro passeggero e poi va a sedersi in un posto che si è liberato.

Più tardi, il narratore incontra nuovamente il ragazzo, ora in compagnia di un amico, il quale gli consiglia di fare aggiungere un bottone al soprabito.

Per raccontare novantanove volte questo episodio di vita quotidiana lo scrittore utilizza figure retoriche, generi letterari diversi (dall’epico al drammatico, dal racconto gotico alla lirica giapponese, dal discorso volgare a quello ingiurioso, dal sonetto all’ode), giocando con il lessico e con la sintassi.

Il risultato: novantanove versioni dello stesso banale racconto ma all’insegna dell‘umorismo, del virtuosismo linguistico, della fantasia, della creatività.

Una sorta di caleidoscopio di punti di vista, a dimostrazione delle infinite possibilità della lingua e dei diversi risultati che comportano l’uso di stili differenti.

Oltre ad ammirare il gioco di bravura del matematico Queneau, cosa dobbiamo apprendere noi web writer?

Citazione Queneau

Giocare con le parole, aggiungere un velo di mistero e rendere il testo brillante: questo sembra voler dire Raymond Queneau

Esercizi di stile: umorismo, interstualità e co-testualità

Non nascondo che quando ho comprato il libro di Queneau pensavo che, forse, mi sarei annoiata. E invece leggendolo ho sorriso, mi sono spesso sorpresa dell’uso talvolta azzardato delle parole e dell’umorismo intrinseco a ogni racconto.

Gli Exercices giocano sull’intertestualità, essendo parodie di altri discorsi, e sulla co-testualità.

Il racconto banale diventa la base su cui tessere le molte varianti retoriche, linguistiche, sintattiche e percettive che il linguaggio offre.

Alle figure vere e proprie – come la Metafora o le Sinchisi – si affiancano declinazioni giocate sulla dimensione idiomatica, come gli inglesismi, fino alla scomposizione della sintassi.

Gli stili giocano anche sul cambio di prospettiva o sull’ambiguità del punto di vista tra io-narrante, protagonista e antagonista, come nel caso delle Contro verità o dell’Aspetto soggettivo. 

Fino a spingersi al confine del puro visibile dove – in Arcobaleno, Onomatopee, Interiezioni – il verbale diviene solo lo strumento per creare sensazioni, suoni ed emozioni.

Se vuoi approfondire il tema dell’utilizzo delle figure retoriche leggi anche l’articolo Copywriting: guida all’utilizzo delle principali figure retoriche

 

Umberto Eco: traduzione o riscrittura?

In Italia il testo di Queneau è stato tradotto con successo da Umberto Eco, che ha intuito (come afferma lui stesso nell’introduzione) la necessità, per niente facile, di intendere cosa significasse tradurre con fedeltà un libro così particolare.

Scrive Eco:

“In breve nessun esercizio di questo libro è puramente linguisitco, e nessuno è del tutto estraneo alla lingua. In quanto non è solo linguistico, ciascuno è legato all’intertestualità e alla storia.
In quanto legato a una lingua è tributario del genio della lingua francese.
In entrambi i casi bisogna, più che tradurre, ricreare in un’altra lingua ed in riferimento ad altri testi, a un’altra società, e un altro tempo storico”.

Non si tratta, infatti, di una traduzione letterale, bensì di una sorta di riscrittura che mette in gioco le capacità autoriali di chi si cimenta in una tale “impresa”.

E aggiunge:

“Fedeltà significava capire le regole del gioco, rispettarle, e poi giocare una nuova partita in un’altra lingua e con lo stesso numero di mosse”.

Che Queneau fosse un genio credo sia indubbio, ma lo scrittore francese vuole dirci che il linguaggio è un’arma potente e che basta solo un po’ di fantasia per ottenere risultati incredibili.

Esercizi di Stile Queneau

Raymond Queneau, Esercizi di stile, Einaudi Editore

 

Gli Esercizi di stile e il copywriter

Cosa possiamo imparare noi copywriter del web da un testo così fantasioso?

Una cosa è certa: scrivere assecondando Google non deve far passare in secondo piano lo scrivere per il lettore.

E allora liberiamo la fantasia e giochiamo con il linguaggio, pur guardando alle parole chiave.

Non sono una SEO, ci tengo sempre a precisarlo, ma da quando mi occupo di ottimizzazione dei testi per il web una cosa l’ho imparata:

Google e l’utente cercano la stessa cosa.

Non dobbiamo scrivere contenuti pensando che “accontentare” Google sia la soluzione e che saremo premiati. Se il nostro scritto non sarà interessante e fruibile per l’utente, Google non ci farà apparire nelle prime posizioni della serp. Provare per credere.

E allora non ci sono scuse: chi ha talento e la volontà di sperimentare il linguaggio in tutte le sue forme non annoierà mai il proprio lettore. A patto di ricordare che l’utente finale è lui e non Google.

Soffermandoci poi sui diversi stili usati da Queneau nei suoi esercizi notiamo quanto l’uso dell’uno o dell’altro comportino un risultato finale molto diverso.

Da qui l’importanza di scegliere il giusto stile, timbro e ritmo. In una parola il tone of voice.

E tu, sei pronto a cimentarti in questo gioco linguistico?

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Sara Soliman

Copywriter

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Da Seth Godin a Brian Solis: creatività come espressione di sé nella vita e nel lavoro

Da Seth Godin a Brian Solis: creatività come espressione di sé nella vita e nel lavoro

La creatività è sempre più il centro della crescita personale e professionale e contribuisce a fare di noi delle persone felici e realizzate.

Da Seth Godin, del quale ho appena finito di leggere l’ultimo libro “La pratica. L’attività creativa è una scelta quotidiana” a Brian Solis con il suo “De-Crescere bene. Come rendere la tua vita più creativa, produttiva e felice” l’insegnamento è quello di risvegliarci dal torpore della staticità e avere coraggio di mettersi in gioco.

Sono due libri molto diversi fra loro ma entrambi insistono su un atteggiamento fondamentale: eliminare dalla nostra vita ciò che non ci appartiene e ciò che ci distrae in modo continuo – con una grande opera di forza e coraggio – per arrivare al fulcro di ciò che siamo e dare libero sfogo al pensiero creativo e alla sua originalità.

La buona notizia è che la creatività non è prerogativa di persone geniali o particolarmente dotate: la creatività è una pratica giornaliera che possiamo iniziare a fare nostra da subito. 

Perché, come consiglia Seth Godin:

“Vale la pena produrre lavori di cui essere orgogliosi, anche se non saranno necessariamente tutti un successo.”

Seth Godin-Brian Solis

Due libri da scoprire: “De-Crescere bene. Come rendere la tua vita più creativa, produttiva e felice” di Brian Solis (Hoepli, 2020) e “La pratica. L’attività creativa è una scelta quotidiana” di Seth Godin (Roi Edizioni 2021)

 

Tutti i vantaggi della creatività

Inseguire l’obiettivo di vivere e lavorare con creatività porta una serie di benefici.
Vediamoli insieme. La creatività:

  1. È una sfida che attiva la mente, stimola il pensiero critico.
  2. Ci permette di apprendere con maggiore facilità, di risolvere problemi e di cogliere opportunità.
  3. Migliora la qualità del lavoro e aumenta la produttività, ma contribuisce anche a farti sentire una persona più sicura di te e più competente.
  4. Ci predispone all’empatia e crea connessioni profonde con noi stessi e con gli altri.
  5. Apre mente e cuore e ci permette di sfruttare risorse che neppure sapevamo di avere.
  6. Stimola la riflessione e ci spinge ad abbandonare il consumo distratto degli stimoli (sms, tweet, notifiche) provenienti dall’esterno e a concentrarci su ciò che noi stiamo facendo.
  7. Riduce ansia e stress.
  8. Mantiene la mente attiva e ciò può rallentare il processo di invecchiamento (secondo recenti studi del Dr.Gene Cohen della George Washington University). Cohen ha scoperto, inoltre, che gli anziani disposti a mettersi alla prova dal punto di vista creativo si mantengono più in salute, sono meno depressi e meno soggetti a infortuni.

Senza l’attività creativa saremmo fermi nella nostra “zona di confort”, dove manca l’innovazione e la vitalità.

La creatività ci spinge invece a correre rischi che possono aprirci nuove porte e che sono espressione del nostro io più profondo.

Crescendo, molti di noi maturano una sorta di timore verso la propria creatività: perché?

Crescendo, molti di noi maturano una sorte di timore riguardo la propria creatività. Temiamo il giudizio della società e finiamo col reprimere il nostro guizzo creativo, soffocando così una parte fondamentale del nostro essere.

Reprimere i nostri istinti creativi è una strategia spiacevole e inutile, oltre a un’abitudine che può arrivare a danneggiarci senza che ce ne rendiamo conto. La creatività inutilizzata si trasforma in sofferenza, rabbia, giudizio, dolore e vergogna: non riconoscere o non esprimere il nostro lato creativo può generare depressione, insicurezza, stress e ansia.

Creatività nel lavoro

Segui il flusso della creatività e lascia scorrere le tue idee

Scuola, lavoro e creatività

Purtroppo la società attuale tende spesso a reprimere la creatività. Ci viene esplicitamente detto come dovrebbero essere le nostre vite. Da piccolini impariamo dai nostri genitori cosa è giusto o sbagliato e poi, una volta inseriti nel sistema scolastico, purtroppo perdiamo molte delle nostre innate capacità creative.

Nella maggior parte delle scuole si esaltano competenze di tipo logico o analitico mentre ci dimentichiamo delle abilità creative, quasi non fossero doni adatti al nostro sistema e, sopratutto, non utili per guadagnarsi da vivere. Peccato!

È allora fondamentale alimentare l’immaginazione e la creatività nei ragazzi, nei giovani e negli adulti, proprio per non privare il mondo di quel valore.

In questi periodi di grandi sconvolgimenti lavorativi, la creatività, che è il motore dell’innovazione, è una componente indispensabile.

Kennet Robinson, educatore e scrittore britannico famoso per i suoi TED, afferma che:

“Molti individui talentuosi, brillanti e creativi non sanno di esserlo perché, a scuola, le attività in cui ottenevano risultati migliori non venivano valorizzate o, peggio, venivano disapprovate.”

È su questo pensiero che si fonda la presentazione di Alike, il noto cortometraggio del 2016 che ha ottenuto applausi anche dalla critica.

Corto Alike

Il cortometraggio Alike, dei due animatori madrileni D.Martinez Lara e Cani Méndez, racconta la routine quotidiana di un padre e del figlio piccolo. I due autori puntano la luce sul rifiorire dell’individuo che decide di liberarsi delle convezioni sociali e del grigiore che comportano per dare libero sfogo all’immaginazione e all’espressione artistica.

In soli sette minuti il corto ci commuove e ci fa riflettere su cosa realmente accade quando accantoniamo l’immaginazione a favore della concretezza, mettendo da parte la creatività e i nostri talenti.

Proprio come succede al padre in questo corto (che, se non hai già visto, ti consiglio di guardare), il nostro artista interiore, pieno di speranza, è dentro di noi anche quando siamo adulti, e attende di uscire fuori.

Prova a pensare come sarebbe il mondo se permettessimo ai nostri figli (e a noi stessi) di seguire gli insegnamenti di questo film.

Nel testo di Brian Solis ho sottolineato alcuni riferimenti che trovo possano essere di riflessione e ispirazione.

Secondo i fratelli David e Tom Kelley (Tom Kelley è il fondatore dell’Institute of Design of Standford e con il fratello ha scritto il best-seller “Creative Confidence: Unleashing the Creative Potential Within Us All”) le aziende danno troppo spesso per scontato che creatività e innovazione siano appannaggio degli individui creativi.

Si è scoperto invece che la creatività non è un dono raro di cui godono pochi fortunati, ma una componente fondamentale del pensiero e del comportamento umano. 

In molti di noi è bloccata ma fortunatamente è possibile sbloccarla e ciò può avere implicazioni di ampia portata sulla nostra vita, personale e lavorativa.

David Kelley ha approfondito il tema anche durante un TED Talk (Technology Entertainment Design è una serie di conferenze gestite dall’organizzazione privata non-profit statunitense Sapling Foundation) con un invito a non dividere il mondo in creativi e non creativi:

“Non dividete il mondo in creativi e non creativi, come se la creatività fosse un dono divino.Per acquisire la propria natura creativa, le persone dovrebbero lasciar fluire le proprie idee…solo così potranno ottenere ciò che si erano prefissate e raggiungere una stato di fiducia creativa.”

Essere creativi è una scelta

Ognuno di noi ha doni creativi e unici da offrire, e ognuno di noi dovrebbe aver fiducia nella propria unicità.

Ricorda che un lavoro tecnico sarà facilmente rimpiazzabile dalla tecnologia, mentre un lavoro che richieda immaginazione, pensiero creativo, capacità di analisi e ragionamento è più difficile da automatizzare.

Anche se pensi di essere una persona non particolarmente creativa sappi che la creatività è un’abilità che è possibile apprendere.

Tutti noi possiamo migliorarci come individui, crescere e sviluppare competenze mentali, fisiche ed emotive per elaborare un pensiero personali e fuori dal coro.

Ma come fare per riaccendere quello spirito creativo sopito?

Liberare la creatività Brian Solis

Riaccendere la creatività

Nel libro “De-Crescere bene. Come rendere la tua vita più creativa, produttiva e felice” Brian Solis – antropologo digitale e speaker di fama internazionale – suggerisce un percorso per risvegliare la propria creatività.

È un percorso che ci permette prima di tutto di trovare il nostro equilibrio, riappropriarci del nostro tempo e dunque il controllo della propria vita.

Siamo tutti troppo impegnati e troppo multitasking: ma vivere attaccati allo smartphone ci procura gioia? Seguire la vita degli altri è più importante che vivere la nostra? Leggere l’ultima e-mail nel momento stesso in cui arriva è proprio così importante?

Anziché cedere al richiamo di notifiche, like, app e social – da cui, soprattutto nei momenti di noia, è difficile staccarsi – possiamo imparare a gestire meglio il nostro tempo e ritrovare l’ispirazione che ci serve, senza per questo rinunciare agli innegabili vantaggi offerti dal web.

Solis unisce pensiero scientifico a consigli pratici, e lo fa con ironia e forza motivatrice, offrendo strumenti semplici e utili per:

  1. identificare le principali fonti di distrazione e spostare l’attenzione su attività creative e produttive;
  2. riconoscere e contrastare le strategie di manipolazione che portano alla dipendenza digitale;
  3. trovare motivazioni e scopo di impiegare il tempo in modo più significativo e smettere di rimandare;
  4. interrompere le cattive abitudini e mettere in pratica la routine necessaria per raggiungere gli obiettivi;
  5. massimizzare la produttività con strategie semplici ma efficaci;
  6. mantenere la concentrazione per lunghi periodi;
  7. sorridere di più e aumentare l’autostima.

Creatività e autostima

Dalla pagina LinkedIn di Brian Solis

Il percorso, che lo stesso Solis ha sperimentato nella propria vita, propone una de-crescita, che significa liberarsi dalle tante distrazioni (e un po’ tornare allo stato d’animo del bambino che c’è in noi) e prevede varie fasi.

Dalla presa di coscienza del nostro stato al riposizionarsi e riequilibrarsi fino alla definizione dei pilastri fondamentali (ciò che ha valore per noi) e allo sblocco dell’energia per raggiungere i nostri obiettivi.

La decrescita è un viaggio alla scoperta di ciò che annebbia il nostro essere.

Ma è anche uno sforzo di esplorazione del nostro io e un patto con noi stessi per arrivare a vedere, apprendere e mettere in pratica ciò che ci permette di vivere meglio.

Scrive Brian Solis:

“La decrescita è un modo di gestire la propria vita nel momento stesso in cui scorre, con l’intento di ritrovare la nostra creatività repressa.
È un viaggio alla scoperta di sé, un viaggio di comprensione e risveglio. Più ami ciò che è dentro di te e più le persone che ti circondano ameranno ciò che esprimi. Più sai e più potrai trasformarti nella persona che aspiri a diventare.”

Ho amato questo libro dalla prima all’ultima pagina e, oltre a trovare aspetti interessanti da approfondire, mi ha aiutato a capire che sono sulla strada giusta quando scelgo di esprimere ciò che sono e che amo anche nel mio lavoro.

Ho capito che riservarsi del tempo da dedicare a ciò che fa stare bene non può che giovare, che staccare il telefono (o lasciarlo a casa) mentre mi occupo di altro è liberatorio e che non essere schiava delle notifiche o delle storie di Instagram è un gran beneficio.

Liberiamoci da tutto ciò che è fuori da noi e diventeremo persone migliori, creative e felici!

L’attività creativa è una pratica quotidiana

Anche Seth Godin ci invita a fidarci del nostro io, nonostante il sistema ci faccia sentire impotenti o inadatti o “non dotati dei giusti talenti”.
Quell’io che dobbiamo però avere coscienza che esista, quell’io un po’ sopìto che ha bisogno di coraggio per emergere.

Scrive:

Ma siete già all’altezza.
Avete già abbastanza forza.
Avete già capito abbastanza.
Cominciate dal punto in cui siete.
Identificate lo schema e prendetelo a cuore così tanto da fare qualcosa a riguardo.

Seth Godin, nel raggiungimento del nostro obiettivo, focalizza la creatività nella fiducia in sé e nella pratica quotidiana.

Essere creativi è creare ogni giorno, per noi copywriter è scrivere ogni giorno, è impegnarsi a farlo anche se non abbiamo ispirazione. 

L’identità alimenta l’azione e l’azione genera abitudini e le abitudini sono parte di una pratica e una pratica è la migliore maniera per arrivare dove aspirate andare.

Il processo è il cuore della pratica, l’accento è sul come e non sul risultato.

Ma le idee migliori nascono quando siamo attenti e vigili, non addormentati o assorbiti (l’autore usa la parola intorpiditi) da ciò che non ci appartiene.

Con La pratica Seth Godin ci offre una guida per vincere i blocchi che ci impediscono di far sentire la nostra voce e condividere le nostre idee.

Perché il processo creativo è appannaggio di ognuno di noi, non è magia e non è riservato alle mente geniali. 

E ci lancia un appello a non perdere la fiducia e l’entusiasmo nella scelta quotidiana di esercitare la creatività. 

Perché se il lavoro creativo non offre garanzie riguardo al risultato, non significa che non valga la pena di svolgerlo. Anzi, in fondo è proprio questo che lo rende così stimolante.

Seth Godin Citazione

Citazione di Seth Godin

 

E concentriamoci sul processo, che è il cuore della pratica, non ai risultati, che arriveranno.

Quando leggo ho l’abitudine tenere una matita a portata di mano per sottolineare e segnare ciò che più mi colpisce. Anche in questo caso ho scarabocchiato il libro in diverse occasioni.

A pag. 129 uno dei concetti più importanti è quello di saper ascoltare.

Per poter realizzare il processo creativo è necessario ascoltare con molta attenzione sogni, desideri e bisogni, nostri e dei nostri clienti.

Due libri molto diversi ma con un messaggio univoco: riappropriarsi del nostro io più profondo e lasciare fluire la propria creatività con coraggio.

 

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Articolo a cura di Sara Soliman
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