Gli Esercizi di stile di Queneau, pur essendo uno scritto un po’ datato (è del 1947) resta ancora oggi una lettura obbligata per chiunque ami la scrittura e per chiunque si occupi di scrittura professionale o creativa. Nel testo un singolo episodio viene descritto in ben 99 versioni linguisticamente e stilisticamente diverse, mostrandoci le infinite possibilità del linguaggio. Un libro così atipico, e da tutti lodato, non poteva che incuriosirmi.

La storia è semplice (banale, scriverà in nota lo stesso Queneau): il narratore nota sull’autobus un giovane, dal collo lungo e dal cappello decorato con una specie di treccia di corda al posto del nastro. Il giovane ha prima un battibecco con un altro passeggero e poi va a sedersi in un posto che si è liberato. Più tardi, il narratore incontra nuovamente il ragazzo, ora in compagnia di un amico, il quale gli consiglia di fare aggiungere un bottone al soprabito.

Per raccontare novantanove volte questo episodio di vita quotidiana lo scrittore utilizza figure retoriche, generi letterari diversi (dall’epico al drammatico, dal racconto gotico alla lirica giapponese, dal discorso volgare a quello ingiuriosa, dal sonetto all’ode), giocando con il lessico e frantumando la sintassi. Il risultato: novantanove versioni dello stesso banale racconto ma all’insegna dell‘umorismo, del virtuosismo linguistico, della fantasia, della creatività. Una sorta di caleidoscopio di punti di vista, a dimostrazione delle infinite possibilità della lingua.

Da capire c’è poco, si deve solo ammirare il gioco di bravura. Pensavo mi sarei annoiata, invece ho sorriso, mi sono spesso sorpresa dell’uso talvolta azzardato delle parole e dell’umorismo intrinseco a ogni racconto. Gli Exercices giocano sull’intertestualità, essendo dunque parodie di altri discorsi, e sulla co-testualità: l’effetto comico è globale e nasce dal cumulo, figura retorica che domina tutte le altre.

Ritratto di Raymond Queneau

In Italia si è cimentato con successo nell’impresa di traduzione Umberto Eco, dopo aver intuito (come afferma lui stesso nell’introduzione)  la non facile necessità di intendere cosa significasse tradurre con fedeltà un libro così particolare. Scrive Eco: «Fedeltà significava capire le regole del gioco, rispettarle, e poi giocare una nuova partita in un’altra lingua e con lo stesso numero di mosse.»

Che Queneau fosse un genio credo sia indubbio, ma lo scrittore francese vuole dirci che il linguaggio è un’arma potente e che basta solo un po’ di fantasia per ottenere risultati incredibili. 

Non ci sono scuse: chi ha un minimo di talento e la volontà di usarlo non annoierà mai i propri lettori.

E voi siete disposti a cimentarvi in un tal gioco lingustico? Provare per credere.

Sara Soliman

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