Scatti di cinema

Blow up (1966) di Michelangelo Antonioni rimane uno dei film dove i protagonisti si scoprono di non essere loro i protagonisti ma solo comparse di storie che accadono ad altri. Anche lo spettatore non è più al centro del racconto. Lo stile di Antonioni scardina, in maniera sottile e impercettibile, la sintassi del racconto classico.

Spesso nei suoi film gli indizi si rivelano falsi e si confondono lasciando tale il mistero della storia. Gli ambienti, le strade, le case, i parchi assumono una rilevanza silenziosa ma preminente come a testimoniare la piccolezza, quasi insignificanza, dell’individuo moderno.

In Blow up il protagonista non è il fotografo ma Londra, la città con i suoi parchi, le sue strade dipinte e i suoi gruppi di giovani. Il legame con la fotografia si esplica con la profonda solitudine e indifferenza degli individui in un mondo dove la comunicazione è una mera forma espressiva convenzionale che riduce le cose ad un “segno”, meglio uno scatto.

In Blow up prende forma, da un fotogramma all’altro, lo svolgersi di un racconto giallo (con riferimento al racconto dello scrittore argentino Julio Cortazar) che assume a volte risvolti paranoici e visioni di fantasie psichedeliche. Memorabile la scena finale (la partita a tennis tra i due ragazzi) nella quale si conferma, da parte del regista, quel nesso che lega la realtà della società moderna alla virtualità.

Nicola Albi

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