La Post-verità nell’anno appena concluso

In un’epoca in cui qualsiasi affermazione si diffonde su Internet con estrema velocità, troviamo significativo soffermarci sul cliché della “post-verità”.
In Germania si è scelto il termine postfaktisch, cioè postfattuale, come parola dell’anno per definire quell’insieme di notizie totalmente false (quali: Obama non è nato negli Usa, Hillary Clinton affetta da malattia mentale, Papa Francesco pro Trump) che vengono confezionate ad arte e immesse in Rete.


Il risultato è quello di trovare un’amplificazione tale da influenzare gran parte dell’elettorato.
Un potere non di poco conto visto i personaggi che si presentano nell’attuale scena politica mondiale.
Certo, la verità non è mai uscita limpida dalle labbra dei politici o dai conduttori dei notiziari televisivi. E neppure dai grandi dittatori come Stalin o dai giornalisti di regime come Goebbels, smascherati puntualmente da mirabili maestri quali George Orwell e Solženicyn.
In questo contesto l’emotività prevale sui freddi dati di fatto e le sensazioni oscurano la ragione.
La prima notizia è quella che conta e, anche se falsa e seguita da una smentita, ottiene una credibilità senza eguali nell’acquisizione di un fatto o un’idea.
Infatti nonostante Obama abbia pubblicato il suo certificato di nascita, Trump sostenne: «molta gente aveva la sensazione che non fosse valido».
Una battuta, quella del nuovo Presidente degli Stati Uniti, in linea con il concetto di truthness di Stephen Colbert (il comico successore di David Letterman che ironizza nei suoi Colbert’s report sul mondo dell’informazione e della politica).
Ma non dobbiamo rassegnarci perché, come afferma Timoty Garton Ash, si può fare del 2017 l’anno dell’anti post-fattualità.
Il ruolo del  fact-checking ha già un ruolo preminente nella quotidianità in Rete e, soprattutto, nella cronaca. Ne è il palese esempio la messa on-line di fotografie false e ritenute delle “bufale”.
Molti siti come il giornale Der Spiegel o il New York Times hanno mantenuto la loro credibilità e altri la stanno aumentando. I paesi devono monitorare, con aziende di alto profilo tecnologico, la diffusione di notizie false generate da robot (bot) con lo scopo di arricchirsi tramite la pubblicità on line. In questo caso la Russia di Putin gioca un ruolo importante nell’intera scena mediatica (vedi articolo di Andrew E. Kramer su La Repubblica del 31 dicembre 2016, “Studenti e carcerati ecco la squadra di cyber-spie agli ordini di Putin”).
I cittadini devono imparare ad essere vigili e a risalire alla realtà dei fatti consultando Internet e quelle fonti primarie tanto fondamentali per la verità. Il giornalismo, da parte sua, deve portare chiarezza sulla realtà dei fatti e spiegare, a quelle persone che sono travolte da discorsi populisti di pancia, dettagli e riscontri oggettivi.
Un altro aspetto è la responsabilità di Google, Facebook e Twitter (definite da T.G.Ash “superpotenze private”) che sono oramai degli spazi pubblici di proprietà privata (Sppp).
L’algoritmo del News Feed di Facebook seleziona i post visualizzati da centinaia di milioni di persone ogni giorno. Un potere abnorme se si pensa che l’algoritmo che sceglie i “mi piace” premuti dagli amici non riconosce se le notizie sono false o meno. La disinformazione, pertanto, ha la stessa possibilità di diventare virale come quella corretta. Una responsabilità mai ammessa finora dai colossi di Internet ma sicuramente allarmante.
Zuckerberg ha scritto un post su Facebook: «Siamo una nuova piattaforma di dibattito pubblico, abbiamo quindi un nuovo genere di responsabilità per […] costruire uno spazio in cui le persone possano essere informate».
Zuckerberg assicura che Facebook cercerà di impedire bufale e che gli utenti potranno segnalare le notizie ritenute false: una società indipendente incaricata del fact-checking si occuperà di valutare e rimuovere il post se ritenuto irregolare. Questo per evitare che i fake vengano usati per guadagni pubblicitari. Se questa è una buona notizia, non dimentichiamo che Facebook mantiene l’accesso esclusivo a tutti i dati degli utenti. Manca un controllo al social che deve, in ogni caso, rispondere del suo operato.
Uno scenario complesso, dove per far chiarezza dobbiamo ripartire dai quei presupporti dell’etica del discorso, che Jürgen Habermas riassumeva in:
Giustezza (Richtigkeit, ogni dialogante deve rispettare le norme della situazione argomentativa: ad esempio, ascoltare le tesi altrui o ritirare le proprie, qualora si siano dimostrate false).
Verità (Wahreit, ogni dialogante deve formulare enunciati esistenziali appropriati).
Veridicità (Wahrhaftigkeit, ogni dialogante deve essere sincero e convinto dei propri asserti).
Comprensibilità (Verständlichkeit, ogni dialogante deve parlare in modo aderente al senso e alle regole grammaticali).
Non è mai troppo tardi.
Buon inizio d’anno 2017.

Nicola Albi

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