Festival Letterario di Soave: agire e interagire per Paolo Crepet

Un esilarante Paolo Crepet ieri sera, a Soave, per l’apertura della quarta edizione del Festival Letterario. Chi pensava che avrebbe ascoltato la classica presentazione di un libro ha dovuto ricredersi.

Intervallando ironiche battute su aneddoti personali e riflessioni sulle possibili conseguenze di questa ultima rivoluzione digitale, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha coinvolto il pubblico invitandolo a fermarsi e prendere in mano le redini della propria vita, quella vita in cui nessuno sembra più saper rinunciare alla connessione continua.

“Baciami senza rete” nasce da una scritta su un muro romano: SPEGNETE FACEBOK E BACIATEVI.

«Una fantastica sintesi di un pensiero non conformista, una voce dissonante […], una finestra abusiva, una sfida all’arrancare quotidiano di milioni di formiche tra casa e lavoro […], obbligate a connettersi e a essere connesse senza requie, senza pensiero, senza dubbio»

scrive nelle prime pagine del suo ultimo libro, uscito a settembre del 2016.

Ma non dobbiamo lasciarci ingannare: osservare con senso critico non equivale a una condanna e Crepet non è certo un nostalgico refrattario alla tecnologia, ma sul fatto che al giorno d’oggi se ne abusi dobbiamo dargli ragione.

Tutti viviamo, a varie dosi, nel mondo digitale. A preoccupare di più sono i bambini, che sembrano essere letteralmente rapiti. Lo psichiatra riflette su come si stia perdendo il reale valore delle cose, sottovalutando l’importanza delle emozioni. Emozioni che sono reali solo se accompagnate dai cinque sensi e sedimentano nella nostra anima distinguendoci dagli altri e formando il nostro vissuto.

Di qui l’importanza di fermarsi a pensare su questo cambiamento antropologico in atto, dal momento che per i “nativi digitali” (i ragazzini di oggi), sempre curvi sui loro smartphone, sembra che solo attraverso l’uso delle nuove tecnologie e dei social si possa interagire, informarsi, far parte di una comunità, esserci. Non conta con chi o dove sono, i loro occhi sono sempre puntati sullo schermo. Occhi bassi, tendenzialmente obesi (hanno tutto a portata di un click, dai giochi ai cartoni, dalle informazioni agli amici) e con poca propensione al pensiero: così sono i ragazzini dagli ultimi studi effettuati sul campo.

E come saranno, da adulti, dei bambini che hanno sempre comunicato attraverso uno schermo? Saranno in grado di utilizzare il loro apparato sensoriale? Quali saranno le conseguenze sulla loro capacità di relazionarsi e sulla loro capacità empatica?

Quello che possiamo fare, da adulti consapevoli, è cercare di essere d’esempio: «Non possiamo vietare o limitare l’uso dello smartphone se noi per primi lo utilizziamo di continuo davanti ai nostri figli, non possiamo lamentarci se non leggono libri se noi non leggiamo mai: l’autorevolezza si fonda sulla coerenza».

Albert Einstein scrisse:

«Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre l’umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti».

Per evitare questo non occorre optare per una scelta anacronistica, né scegliere una sorta di isolamento sociale, basta solo essere “di nuovo umani”.
E per umani il professore intende: coltivare la manualità, utilizzare i cinque sensi, tornare a stupirci, indignarci, emozionarci.

 

Riappropriarsi dei nostri piccoli interessi, ascoltarci nelle sensazioni, fermarsi a contemplare un paesaggio o respirare a pieni polmoni all’aria aperta, camminare per i sentieri di montagna sono atti che noi dobbiamo tornare a fare. Questo significa ritrovare la consapevolezza che la vita non ha bisogno del wireless continuo: le connessioni umane sono accanto a noi.

Prendiamoci per mano e lasciamo cadere quel congegno diabolico che distoglie il nostro sguardo dalla bellezza di ciò che ci circonda.
Baciamoci davvero perché un bacio vale mille e più post.

Sara Soliman

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