Nel pieno centro di Berlino, alle ore 20.15, si è verificato un probabile attentato terroristico (per le autorità molti sono gli indizi ma non è ancora chiaro se si tratta di incidente o attentato). Un camion si è abbattuto sulla folla, nei pressi della Kurfuerstendamm Avenue vicino alla Chiesa del Ricordo (Breitscheidplatz), provocando nove morti e una cinquanta feriti destinati a salire.
Nel mezzo, che sembra essere partito dall’Italia con targa polacca (fonte The Guardian), vi erano tre uomini: uno è stato arrestato, l’altro è morto nella cabina del Tir (il conducente) e uno è ancora in fuga.
La Polizia tedesca ha invitato, via Twitter, i cittadini a restare a casa per motivi di sicurezza e per non intralciare i numerosi mezzi di soccorso.

L’Agenzia ANSA, il Washington Times e il Times riportano che l’Isis avrebbe rivendicato l’attacco terroristico: « la PMU (Popular Mobilization Units), la coalizione delle milizie irachene che combattono il califfato, ha letto la rivendicazione online del sedicente Stato Islamico».
Angela Merkel, tramite il suo portavoce Steffen Seibert, si è detta sgomenta e ha dichiarato di “piangere le vittime”.
Dopo il messaggio di cordoglio del nostro Presidente del Consiglio Gentiloni, l’Italia innalza il livello di sicurezza antiterrorismo per le festività natalizie.
A poche ore dall’atto terroristico, che ha portato all’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia Andrey Karlov ad opera di Mevlut Mert Altintes (un polizziotto ventiduenne dell’unità antisommossa di Ankara), l’opinione pubblica internazionale è sgomenta.
L’urlo di “Allahu Akbar” (Dio è grande) ha straziato, ancora una volta, le anime di questa società oramai disorientata. Ecco che riappare la solita domanda: perché?
Un terrorismo, pertanto collegato alla fede, ad un tipo di credo religioso quale è l’Islam. Ma il trait d’union tra i due termini, terrorismo e fede, non è da considerarsi così logico. Il primo riguarda una tecnica di combattimento che non è una specialità islamica o di qualunque altro credo.
Questo lo dimostrano i fatti successi proprio in Europa con gruppi, in questo caso ideologizzati, quali le Brigate Rosse, la Raf o l’Ira. Pertanto possiamo considerare questi eventi come un palese atto di guerra e, come afferma Clausewitz, come un «atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà». Dunque a fare quello che noi vogliamo faccia.
Quindi è chiaro che coloro che hanno colpito Berlino e come prima a Nizza, hanno l’obiettivo di spingere l’Occidente alla crociata, vero nome della guerra al terrorismo.
Così facendo, questi uomini diventano dei legittimi martiri di Dio all’interno di un mondo umiliato, frustrato che chiede un degno riscatto.
Reagire con durezza e spietata lucidità potrebbe rivelarsi controproducente data la possibilità di aumento del livello di odio delle popolazioni oggetto dei bombardamenti. Proprio perché le tanto declamate «bombe intelligenti» colpiscono non solo gli obiettivi strategici ma anche civili inermi. E questo porta un enorme riscontro mediatico e un consenso tanto ampio quanto maggiore è la pesantezza dell’intervento militare.
Il buon senso dovrebbe spingerci a dubitare sull’opportunità di seguire il copione previsto da chi ci attacca. Ma questa presa di coscienza non è consona a governanti che devono convogliare sulle proprie politiche i maggiori e più estesi consensi possibili. Anzi, in questi casi è auspicabile dimostrare fermezza e rapidità nelle azioni di risposta senza soffermarsi troppo sulla ricerca delle vere cause.
L’enorme platea mediatica, pseudo riduzione di quella che veniva indicata come «opinione pubblica», richiama all’esecuzione di azioni forti e devastanti perché questo è l’attuale senso imperante. Non si risale più alla radice del problema ma si chiede l’effetto d’artificio che illumini un sentiero che non porta ad una cima ma solo ad una mera vendetta, disseminata di molte più croci. 
All’orgoglio ferito della figura, data dalla storia, di dominatore non importa se la rappresaglia riguarderà migliaia di inermi ormai assunti a «non persone».
La distanza di civiltà e di umanità, che divide il nostro dal loro mondo, rappresenta il solco separatore di una post-modernità demolitiva dei principi cardini della convivenza.
«Mors tua vita mea» rimane ancora, nel grande palcoscenico, l’assunto per il quale si compiono ancora sciagurate azioni. 
Se prendiamo il terrorismo, esso è di norma l’arma dei deboli: è una risposta asimmetrica di sfida a chi dispone di risorse militari, tecnologiche ed economiche superiori. Agisce per cellule quando non in solitario, seminando il panico nel fronte domestico del nemico.
Vi è un’asimmetria evidente. Il risultato del jihadista non è quello di schiacciare il nemico ma di farlo impazzire. Questo è il loro fine e il solo fatto di dimostrare la loro esistenza è una vittoria. Per loro non esistono le regole e i limiti imposti dalle campagne elettorali o dai cicli politici da rispettare. La loro forza risiede nella disponibilità ad immolarsi per la causa. E per colpire l’obiettivo impiegano ogni arma disponibile, compreso il proprio corpo imbottito di esplosivo.
Si tratta però di un terrore, come direbbe Hannah Arendt, che ha sintomaticamente perso i suoi fini e perciò non può essere definito strategico. Si potrebbe chiamarlo terrore globale, invece che totale, ma i fenomeni in cui si materia tendono piuttosto verso la sfera dell’orrorismo. 
Il terrorista è un cacciatore che sceglie le prede nelle file più esposte del nemico, per scatenare quella paura oramai scomparsa da due generazioni, cioè dalla fine dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
La soglia di dolore delle nostre società è infinitamente più bassa di quella di coloro che ci colpiscono. 
Anche i nostri militari sono esposti il meno possibile allo scontro diretto, sul terreno: preservare la loro vita è un vincolo a favore dei terroristi.
Per quanto riguarda gli stessi jihadisti ci troviamo di fronte ad individui con una scarsa conoscenza, estremamente manipolata del Corano. Talvolta nemmeno questa dato che vengono coinvolti in un processo di radicalizzazione impastato di uno pseudo-islam decostruito e riadattato da chi li guida per trasformarli in automi sterminatori.

Uno scenario inquietante che richiede profonde riflessioni e analisi, purtroppo segnate da lunghi rivoli di sangue.
Nicola Albi

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