Il Freelance e la Rete

Il Freelance e la Rete

In una società del lavoro sempre più veloce e incontrollabile si diffondono non solo nuove professioni, ma anche nuove dinamiche.

In questo contesto il ruolo del freelance trova uno spazio che si colloca tra la necessità di essere considerato con uno specifico ruolo e la sensazione di una costante instabilità, professionale e relazionale.

Bisogna essere coscenti del fatto che chi lavora come freelance, senza contratti di lungo termine o alle dirette dipendenze di un superiore, deve essere ben allenato a guardarsi dentro (profilo caratteriale e delle competenze) e auto-organizzarsi.

Si viaggia a vista e, soprattutto quando ci sono, i compagni di viaggio si scelgono in itinere. 

Proprio così. Nella complessità di un mercato globalizzato e globalizzante per competere è indispensabile “crearsi una rete” di freelance che detengano quelle abilità troppo complicate da assimilare nel breve periodo.

“Savoir, faire, savoir faire et faire savoir” è il motto che serve per affrontare un mare solcato da venti burrascosi.

E come le vele di un catamarano la flessibilità e l’ adattamento alle criticità del lavoro di gruppo diventano caratteristiche lavorative indispensabili.

Ecco che il fine, il raggiungimento dell’obiettivo (termine del progetto), diventa il fil rouge che funge da collante tra i componenti del team.
Uno sforzo di adattamento che supera il vecchio proverbio “chi fa da se’ fa per tre”.

Oggi non si è più chiusi, non si vive più nella diffidenza e nella segretezza del proprio sapere in quanto le problematiche complesse non sono più risolvibili singolarmente.

L’unione supera la singola ragione: la spiegazione valida e utile si completa con la somma dei due punti di vista.

La realtà dialogica ci completa, almeno in questo contesto.

Emergono i tratti strutturali e ideologici del freelance, una profonda consapevolezza del proprio sapere ma anche dei propri limiti.

“Conosci te stesso”, Socrate docet, perchè solo così sarai in grado di affermare la tua autorevolezza. Fermarsi dove non si conosce un argomento non significa arretrare ma essere sinceri con il cliente.

In una recente intervista di Alessandra Farabegoli allo psicologo Stefano Pasqui viene citato Arthur Schopenhauer.

Schopenhauer affermava, con il dilemma del porcospino, che d’inverno per stare caldi bisogna avvicinarsi, ma avvicinandosi ci si punge a vicenda.

Questo vale anche per noi: condividere un percorso con qualcuno significa stare vicini con il rischio di entrare in conflitto.

Accettiamo i nostri limiti e apriamoci a quelli degli altri. La perfezione non esiste.

Anche questa è la Rete.

 

 

Articolo a cura di Sara Soliman
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Baciamoci e spegniamo il cellulare. Agire e interagire per Paolo Crepet, Festival Letterario di Soave

Baciamoci e spegniamo il cellulare. Agire e interagire per Paolo Crepet, Festival Letterario di Soave

Un esilarante Paolo Crepet ieri sera, a Soave, per l’apertura della quarta edizione del Festival Letterario.

Chi pensava che avrebbe ascoltato la classica presentazione di un libro ha dovuto ricredersi.

Intervallando ironiche battute su aneddoti personali e riflessioni sulle possibili conseguenze di questa ultima rivoluzione digitale, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha coinvolto il pubblico invitandolo a fermarsi e prendere in mano le redini della propria vita, quella vita in cui nessuno sembra più saper rinunciare alla connessione continua.

“Baciami senza rete” nasce da una scritta su un muro romano: SPEGNETE FACEBOK E BACIATEVI.

«Una fantastica sintesi di un pensiero non conformista, una voce dissonante […], una finestra abusiva, una sfida all’arrancare quotidiano di milioni di formiche tra casa e lavoro […], obbligate a connettersi e a essere connesse senza requie, senza pensiero, senza dubbio»

scrive nelle prime pagine del suo ultimo libro, uscito a settembre del 2016.

Ma non dobbiamo lasciarci ingannare: osservare con senso critico non equivale a una condanna e Crepet non è certo un nostalgico refrattario alla tecnologia, ma sul fatto che al giorno d’oggi se ne abusi dobbiamo dargli ragione.

Tutti viviamo, a varie dosi, nel mondo digitale. A preoccupare di più sono i bambini, che sembrano essere letteralmente rapiti.

Lo psichiatra riflette su come si stia perdendo il reale valore delle cose, sottovalutando l’importanza delle emozioni.

Emozioni che sono reali solo se accompagnate dai cinque sensi e sedimentano nella nostra anima distinguendoci dagli altri e formando il nostro vissuto.

Di qui l’importanza di fermarsi a pensare su questo cambiamento antropologico in atto, dal momento che per i “nativi digitali” (i ragazzini di oggi), sempre curvi sui loro smartphone, sembra che solo attraverso l’uso delle nuove tecnologie e dei social si possa interagire, informarsi, far parte di una comunità, esserci.

Non conta con chi o dove sono, i loro occhi sono sempre puntati sullo schermo.

Occhi bassi, tendenzialmente obesi (hanno tutto a portata di un click, dai giochi ai cartoni, dalle informazioni agli amici) e con poca propensione al pensiero: così sono i ragazzini dagli ultimi studi effettuati sul campo.

E come saranno, da adulti, dei bambini che hanno sempre comunicato attraverso uno schermo?

Saranno in grado di utilizzare il loro apparato sensoriale?

Quali saranno le conseguenze sulla loro capacità di relazionarsi e sulla loro capacità empatica?

Quello che possiamo fare, da adulti consapevoli, è cercare di essere d’esempio: «Non possiamo vietare o limitare l’uso dello smartphone se noi per primi lo utilizziamo di continuo davanti ai nostri figli, non possiamo lamentarci se non leggono libri se noi non leggiamo mai: l’autorevolezza si fonda sulla coerenza».

Albert Einstein scrisse:

«Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre l’umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti».

Per evitare questo non occorre optare per una scelta anacronistica, né scegliere una sorta di isolamento sociale, basta solo essere “di nuovo umani”.

E per umani il professore intende: coltivare la manualità, utilizzare i cinque sensi, tornare a stupirci, indignarci, emozionarci.

 

 

Riappropriarsi dei nostri piccoli interessi, ascoltarci nelle sensazioni, fermarsi a contemplare un paesaggio o respirare a pieni polmoni all’aria aperta, camminare per i sentieri di montagna sono atti che noi dobbiamo tornare a fare.

Questo significa ritrovare la consapevolezza che la vita non ha bisogno del wireless continuo: le connessioni umane sono accanto a noi.

Prendiamoci per mano e lasciamo cadere quel congegno diabolico che distoglie il nostro sguardo dalla bellezza di ciò che ci circonda.
Baciamoci davvero perché un bacio vale mille e più post.

 

Articolo a cura di Sara Soliman
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Perché uno spot ci colpisce?

Perché uno spot ci colpisce?

Penso sia successo anche a voi che uno spot pubblicitario vi abbia particolarmente colpito, lasciandovi nella mente un’ immagine o qualche ritornello.

Certo, quando parliamo di “gusto” estetico o sensoriale entrano in ballo diverse variabili, spesso incontrallabili e difficilmente misurabili.

Gli studiosi del marketing dividono l’approccio al messaggio pubblicitario in razionale/emotivo e persuasivo/evasivo.

Il primo si basa sulla logica e porta ad evidenziare gli elementi positivi razionali: di conseguenza si sceglierà un prodotto perché percepito come migliore di un altro.

L’ approccio emotivo cerca, invece, di stimolare le emozioni e i sentimenti, enfatizzando i valori positivi del prodotto.

L’approccio emozionale, altra sfumatura, punta sul coinvolgimento empatico stimolando la percezione di sensazioni piacevoli. Di conseguenza il consumatore entra in sintonia prima con il messaggio e poi con il prodotto.

Le più recenti teorie di marketing evidenziano, inoltre, l’aspetto soggettivo e irrazionale dell’acquisto (persuasivo/evasivo) che dipendono dal momento in cui si compie l’atto dell’acquisto e lo condizionano.

Ecco che oggi la vera sfida è improntata tra le pubblicità che sanno emozionare e non tanto sulle caratteristiche del prodotto.


“Gli spot lavorano sulle percezioni (marketing emozionale) e il marketing polisensoriale arriva a proporre tecniche di vendita e di comunicazione che sollecitano tutti e cinque i sensi del consumatore”.
 (Fabris 2009)

Puntare alle sensazioni significa sollecitare i desideri psico-fisici dell’individuo (dalla fame al desiderio di possedere qualcosa) e si può parlare dunque di “manipolazione”, seppur indiretta.

“Anche con l’uso della musica  si attua quell’associazione tra messaggio pubblicitario ed emozione, identificando il brano col prodotto. Ed ecco che il motivetto della TIM, che mi ritorna spesso alla mente, si rivela efficace nel farmi provare simpatia per quel brand”.

I nostri consumi sembrano pertanto essere influenzati da fattori che sfuggono alla nostra consapevolezza, spingendoci a un comportamento e non a un altro.

Rimane, comunque, un margine decisionale sul quale nessuna strategia di marketing potrà mai incidere, per fortuna.
Siete delle stesso parere?

 

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#TIM la danza che (s)fibra

Pubblicità e neuroscienze

 

 

Articolo a cura di Nicola Albi
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Artigianato 4.0: una prospettiva possibile

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In un mondo globalizzato, dove la realtà industriale (siamo all’industria 4.0) si impone con tutta la sua strabordante irruenza, il ruolo dell’artigianato sembra relegato in un angolo. La rivoluzione tecnologica che si delinea all’orizzonte ci propone stampanti 3D, robot multifunzionali e intelligenza artificiale (AI, Artificial Intelligence).

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To be or not to be #social

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